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Ma se siamo così diversi!

Giornalista, comunicatore, fondatore di Velocitamedia.it
From left, Dutch Prime Minister Mark Rutte, German Chancellor Angela Merkel, European Commission President Ursula von der Leyen, Italy’s Prime Minister Giuseppe Conte, European Council President Charles Michel and French President Emmanuel Macron speak during a meeting on the sidelines of an EU summit in Brussels, Saturday, July 18, 2020. Leaders from 27 European Union nations meet face-to-face for a second day of an EU summit to assess an overall budget and recovery package spread over seven years estimated at some 1.75 trillion to 1.85 trillion euros. (AP Photo/Francisco Seco, Pool)
From left, Dutch Prime Minister Mark Rutte, German Chancellor Angela Merkel, European Commission President Ursula von der Leyen, Italy’s Prime Minister Giuseppe Conte, European Council President Charles Michel and French President Emmanuel Macron speak during a meeting on the sidelines of an EU summit in Brussels, Saturday, July 18, 2020. Leaders from 27 European Union nations meet face-to-face for a second day of an EU summit to assess an overall budget and recovery package spread over seven years estimated at some 1.75 trillion to 1.85 trillion euros. (AP Photo/Francisco Seco, Pool)

Quella che la narrazione mediatica sta facendo passare è la distanza, la differenza di approccio tra gli oculati e gli scialacquoni. L’utilizzo di “frugale”, con riferimento ai Paesi nordeuropei, non può che andare in questa direzione. Semplice, modesto, parco, parsimonioso. Sono questi i sinonimi che si possono leggere in qualunque dizionario.

Insomma, il termine “frugale” – e lo dico da giornalista – sembra soltanto una scorciatoia giornalistica per creare contrapposizione, per continuare a vivere di quel racconto (che in parte poggia anche sulla realtà) che vede Sud e Nord Europa l’un contro l’altro armati.

D’altronde, “si è sempre meridionali di qualcuno”, aforizzava il leggendario professor Bellavista parlando con il supermilanese ingegnere Cazzaniga, il quale a sua volta descriveva le strambe abitudini della sua signora tedesca. Un aforisma, ad esempio, ripreso e adattato anche dal governatore De Luca, che nel suo politelling (come Francesco Giorgino definisce lo storytelling politico) lo utilizza nel frame del “leghismo meridionale” (come lo definiscono Alessio Postiglione e Angelo Bruscino in “Popolo e populismo”) per provare a compattare – dalla sua parte – i campani contro i vichinghi settentrionali.

Mai come in questi giorni, l’Europa si sta rivelando una fusione a freddo tra Paesi che nulla o quasi hanno da dividersi, se non la consapevolezza della necessità di stare insieme per fare da contraltare alle potenze sino-russo-statunitensi. Che esista più di qualche differenza tra il Sud e il Nord del continente è un fatto solare. Differenze sociali, politiche e, di conseguenza, mediatiche. Quelle politiche stanno venendo fuori in queste ore in tutta la loro dirompenza. Ma non sono che lo specchio di una distanza relativa alle altre due categorie. Ci fermiamo su quella mediatica, prendendo come riferimento “Modelli di giornalismo” di Daniel Hallin e Paolo Mancini (2008, Editori Laterza). Il saggio divide i Paesi, europei e non, in tre gruppi, in base ai rapporti tra media e politica:

  • modello mediterraneo o pluralista-polarizzato;
  • modello dell’Europa centro-settentrionale o democratico-corporativo;
  • modello nord-atlantico o liberale.

L’Italia, naturalmente, rientra nel primo, insieme a Portogallo, Spagna, Francia e Grecia. Ciò che distingue questi Paesi è che le istituzioni liberali, l’industrializzazione capitalistica e la democrazia politica sono arrivate con ritardo rispetto al resto d’Europa (la Francia viene spesso trattata come caso border-line). Si riscontrano esempi molto frequenti di sovrapposizione tra media e politica, forte parallelismo politico e abbondante intervento statale in ambito mediatico – come elargitore di fondi e come regolatore -, oltre a uno sviluppo generalmente debole dei media commerciali. Ciò ha condotto, nel tempo, a un giornalismo orientato più al commento che ai fatti, a media fortemente politicizzati e a un notevole sviluppo del fenomeno della partigianeria politica dei giornalisti, spesso considerata da questi ultimi come un vanto, piuttosto che come un’anomalia (retaggio dell’enorme sviluppo della stampa di partito e della peculiarità della politica sulla televisione).

Nel modello dell’Europa centro-settentrionale o democratico-corporativo, che oggi in molti chiamerebbero “modello frugale”, rientrano i Paesi che in queste ore a Bruxelles stanno rendendo il negoziato un campo minato. Austria, Belgio, Finlandia, Olanda, Danimarca, Norvegia. E Germania, che però ha presentato una propria proposta con la Francia. Anche qui si ravvisa un forte intervento dello Stato, ma teso più alla tutela della elevata professionalizzazione e della libertà di stampa. Il servizio pubblico radiotelevisivo è forte, caratterizzato dalla presenza della politica nella televisione.

Tutto questo per dire non che le differenze di tipo mediatico influiscano sulle politiche (piuttosto sul racconto che gli stessi media ne fanno). Ma che, al contrario, se ci sono tutte queste distanze nell’ambito di tv, giornali e rete, non c’è da meravigliarsi se a livello politico gli abissi che separano Sud e Nord d’Europa appaiano percorribili soltanto da compromessi ad estremo ribasso.

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