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Magistratopoli, caso Rackete e Giovanni Falcone

Magistratopoli, caso Rackete e Giovanni Falcone

In un triste momento di estreme polarizzazioni nel nostro Paese, dove persino un virus pandemico si è colorato politicamente, figuriamoci i commenti – sulla stampa e i social – alle sentenze relative al tentativo di collisione-speronamento da parte della nave di un’ONG comandata da una giovane capitano tedesca, in danno di un’imbarcazione militare italiana. Soprattutto se legate, seppur indirettamente, alle disposizioni impartite da un ministro dell’interno pro-tempore, Matteo Salvini, inneggiato da alcuni e duramente contestato da altri, compresi alcuni magistrati, come recentemente emerso da alcune chat agghiaccianti dell’ex Presidente dell’ANM Palamara. Dove si apprende persino che Salvini avesse ragione, ma che andava comunque “attaccato”.

Senza gli occhiali colorati dall’ideologia e dal tifo da stadio di una parte o dell’altra, mi sono quindi chiesto come avrebbe giudicato il “caso Rackete” l’allora Giudice Istruttore Giovanni Falcone, che mai avrebbe potuto essere parte, ma semmai vittima, di quella che alcuni hanno ormai definito come “magistratopoli”. Mai avremo purtroppo la risposta. E lungi dall’utilizzare la memoria di un eroico Magistrato che ho avuto la fortuna l’onore di conoscere personalmente nel 1984 – e da subito stimare e ammirare, ben prima che diventasse un’icona italiana e della nostra Magistratura – ho provato però ad immaginarmelo. Soprattutto grazie ad un messaggio ricevuto in febbraio – per la precisione la notte dopo la pubblicazione della clamorosa sentenza della Cassazione – dall’amico, oggi generale in congedo, Emilio Errigo. Un autentico “lupo di mare”, oltre che studioso di diritto del mare. Voleva rendermi partecipe di un sua riflessione ispirata dalla sentenza della Corte di Cassazione del 20 febbraio. Per molti – me compreso – ancora controversa e di difficile comprensione. E non solo perché in netto contrasto con altri precedenti pronunciamenti della stessa Cassazione e – secondo alcune interpretazioni – persino della Corte Costituzionale.

Visto il tempo trascorso, che sembra ancora più lungo, dopo la pandemia, voglio ricordare sommariamente i fatti, a chi li avesse scordati, perché caduti nel dimenticatoio della stampa, come spesso accade nel nostro Paese dopo qualche giorno di clamore mediatico.

Alla giovane comandante tedesca Carola Rackete erano stati contestati i reati previsti dagli art. 1100 del codice della navigazione (Resistenza o violenza contro nave da guerra) e dall’articolo 337 del codice penale (Resistenza a pubblico ufficiale), per avere usato atti di resistenza e di violenza (a rischio di speronamento) contro una motovedetta della Guardia di finanza e del proprio equipaggio.

La mancata convalida dell’arresto da parte della Guardia di Finanza, era stata motivata dal GIP di Agrigento sulla base dell’insussistenza del primo fatto, per l’impossibilità di riconoscere nella motovedetta italiana il requisito di “nave da guerra” richiesto dalla norma, e sulla base della mancanza del requisito dell’antigiuridicità del secondo fatto, per essere stato commesso in presenza della causa di giustificazione dell’adempimento del dovere di soccorso in mare (art. 51 c.p.).

Sul primo punto, la Cassazione, operata una ricognizione delle fonti di diritto applicabili (in particolare gli articoli 239 e 243 del Codice dell’Ordinamento militare), ha confermato che allo stato degli atti non vi è prova che la motovedetta della Guardia di Finanza in questione integrasse i requisiti previsti dalla legge per essere considerata nave da guerra ai sensi dell’art. 1100 del codice della navigazione. Perché non era comandata da un ufficiale, ma da un sottufficiale.

Sul secondo punto, da un lato vengono richiamate le fonti internazionali e nazionali sugli obblighi di salvataggio in mare, e dall’altro lato è stato ricordato che in tema di misure precautelari (l’arresto in flagranza) la sussistenza di una causa di giustificazione che ne vieta l’applicazione non debba apparire evidente ma possa anche solo essere verosimilmente esistente, i giudici hanno ritenuto che nel caso di specie sussistesse il divieto di arresto previsto dall’art. 385 del codice di procedura penale, ed hanno dunque giudicato corretta la prospettazione delineata dell’ordinanza del GIP.

Assieme alle mie perplessità per questo ragionamento, ed alla speranza che – nonostante l’avversione di pezzi della magistratura per l’ex ministro dell’interno, emersa dal “caso Palamara” – la tesi accusatoria della Procura di Agrigento sia stata difesa dinanzi alla Suprema Corte, in punto di diritto, col ne essario vigore, voglio condividere con i nostri lettori il testo ricevuto dal generale Errigo. Lo faccio come contributo a che ognuno possa farsi la propria libera idea. A mente fredda ed al di fuori del clamore mediatico di quei giorni di febbraio.

“Le scrivo a tarda notte perché non riesco a mantenere quieti i miei plurimi pensieri di diritto umanitario, diritti umani e altri non insignificanti diritti di libertà, difesa e sicurezza pubblica. Lei ha buona memoria e ricorderà sicuramente il primo caso di applicazione in Italia, a cura del giovanissimo Brigadiere della Guardia di Finanza che le scrive, allora Comandante del Guardacoste d’altura G.12 Di Bartolo, del nuovo diritto internazionale del mare (Convenzione di Montego Bay del 10 dicembre 1982), al fine di bloccare in “alto mare” un ingente traffico Internazionale di armi e droga da parte di una agguerrita organizzazione internazionale criminale composta da trafficanti internazionali.

L’Operazione Fidelio, così venne titolata l’azione di Polizia Giudiziaria sul Mare, portata a termine con successo dalle non grandissime ma ben costruite Motovedette (Guardacoste) allora in dotazione del Servizio Navale del Corpo della Guardia di Finanza, aveva una ben strutturata e consolidata organizzazione Centrale (Comando Generale) di Comando e Controllo delle complesse operazioni aeronavali facente capo strategicamente allora come adesso, a livello nazionale alla Centrale Operativa del Comando Generale delle Fiamme Gialle, mentre a minor livello di responsabilità operativa regionale, tatticamente alle Sale Operative dei Comandi di Legione, allora poste al Comando di un Colonnello della Guardia di Finanza.

Ora limitare l’esame della condotta giuridicamente interessante ma incompleta al solo status giuridico del Comandante o del mezzo navale operante a difesa e sicurezza dello Stato Costiero, non lo trovo affatto aderente all’effervescente evoluzione del Diritto Internazionale del Mare, né al diritto europeo o nazionale italiano.
Allora 1986, erano altri tempi, certamente diversi, e avevamo assieme a noi che seguiva l’Operazione Fidelio un Giudice Istruttore che si chiamava Giovanni Falcone, il quale ritenne legittimo l’intervento repressivo posto in essere dalle Unità Navali e militari della Guardia di Finanza in alto mare per fermare una condotta umana “allora” come adesso, internazionalmente considerata illegale.

In quella operazione Internazionale di polizia giudiziaria sul mare, furono in undici i militari della Guardia di Finanza facenti parte dell’equipaggio della Motovedetta d’altura che rischiarono veramente di perdere la vita in mare, lasciando figli orfani, mogli vedove e genitori col cuore spezzato dal dolore.

I Giudici condannarono il Comandante della nave Fidelio battente bandiera dell’Honduras, per aver commesso il reato tentata “distruzione di opere militari”, di cui all’art. 253 del c.p., tale è considerata dal diritto penale vigente la nave della Marina Militare o la Motovedetta di un Corpo di Polizia a ordinamento militare quale è il Corpo della Guardia di Finanza.

Ora pur non pretendendo che tutti, compresi alcuni studiosi del diritto, abbiano la stessa conoscenza necessaria per poter comprendere e interpretare i singoli fatti penalmente rilevanti o meno, attirerei l’attenzione dei suoi lettori sulla lettura del citato art.253 del Codice Penale italiano”.

Non posso che comprendere e condividere l’amarezza del generale Errigo. Sono dell’idea che seppure le sentenze si debbano sempre eseguire e rispettare, non necessariamente si devono tutte applaudire. E questa sentenza, come quella del GIP di Agrigento, credo che non riuscirò davvero ad applaudirla. Anche se come servitore dello Stato non avrei esitato un solo istante ad eseguirla, nel caso mi fossi trovato a doverla applicare.

E lo dico pur non essendo affatto un estimatore dell’ex ministro dell’Interno. Cui rimprovero, tra l’altro, la sua frequente assenza ai tavoli europei quando si discuteva persino di immigrazione. Oltre che il suo pericoloso (per l’italia e per l’Europa) e superficiale atteggiamento, fatto soprattutto di proteste ma senza proposte serie e concrete, verso l’Europa. Ma spero che queste sentenze, senza attendere la tanto richiesta di una riforma epocale della giustizia italiana, possano servire da stimolo al legislatore per rapide modifiche normative. Prima che la Guardia di Finanza o le altre forze di polizia, all’incrocio di una nave straniera che sia sospetta di porre in essere una presunta violazione della legge nazionale, decidano di cambiare sistematicamente rotta o girarsi dall’altra parte.

So però che questo non succederà mai. Perché la Guardia di Finanza, assieme alle altre Forze Armate e di Polizia, fa parte del meglio che il nostro Paese possa esprimere in questi strani anni della nostra storia nazionale.

Ma anche questa è Italia. Prendere o lasciare.

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