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Milano mia, portami via

© (c)2020 Giordano Di Fiore
© (c)2020 Giordano Di Fiore

Milano mia, portami via, recita una nota canzone dedicata alla città. La Milano degli anni ’60, quella in cui la nebbia poteva avvolgerti e nasconderti, in un clima di intima malinconia. La stessa malinconia che prende allo stomaco, da quando ci si è accorti – lo sospettavamo già – che lo sblocco non avrebbe eliso quel clima surreale, da paesaggio lunare, che ha contraddistinto la Milano della pandemia.

Milano, una città che fa rima con movimento: non a caso, durante le prime avvisaglie, reagisce con “Milano non si ferma”, un appello di imprenditori diventato virale, trasformatosi in paradigma di cattiva gestione e scarso tempismo. La città prima della classe che inizia a perdere colpi. Di fronte alla minaccia biologica, tenta di resistere a colpi di Spritz, accorgendosi di non farcela. E allora, rovinosamente, si chiude, prendendo le sembianze di Wuhan, profetizzate da un claudicante governatore (varesotto).

La città terziarizzata, improvvisamente, perde di significato: gli eventi, i fuorisaloni, addirittura il turismo, quello vero, di famigliole che, dopo l’Expo, hanno cominciato a trovare Milano attrattiva, appetibile. E gli evergreen: congressi, fiere, business. Tutto finito. Venezia e Firenze sono vuote, eppure Milano ha preso la più grande mazzata di tutti i tempi, peggio delle bombe durante la guerra. Proprio perché sembra aver smarrito il suo senso, la sua funzione.

A cosa serve Milano? E’ una domanda, oggi, importante. Pochi mesi fa, mi avreste preso per folle. La city costruita intorno a Gae Aulenti, un processo attivo da dieci anni, in continua espansione, oggi, appare inutile. La ristrutturazione di Linate: una beffa. Il Mercato Centrale: boh. Soprattutto, il grosso affare degli scali ferroviari, operazione monstre parallela alla Milano 2030, quella dei nuovi spazi funzionali. E poi le università, gli ospedali.

Passeggiando nei pressi della stazione, troviamo ristoranti ed alberghi chiusi. Probabilmente, non era mai accaduto, nemmeno per un giorno. Difficile, ora, pensare ad un meccanismo di ripresa. La politica ha cercato di quadrare la situazione, dando una risposta “green”: mobilità dolce, piste ciclabili, monopattini. Ma è poca roba. La risposta concreta, pragmatica, è quella del mondo imprenditoriale: smartworking per tutti, aperture scaglionate e a rotazione, occupazione sistematica del 30% degli spazi ad uso ufficio.

Non abbiamo la sfera di cristallo: chissà, magari il mitico vaccino di Putin, che ricorda molto la pozione druida di Asterix, metterà a posto tutto. Qualora così non fosse, diventa tutto da reinventare: potrà esistere Milano senza Salone del Mobile (senza la moda, senza il gran premio di Monza, eccetera eccetera)? Non lo sappiamo.

Milano è un luogo dell’esistenza fondato sul lavoro. Lavoro che, in fondo, oggi, conosciamo in una sola modalità. Ecco perché Sala, con fare un po’ da cumenda, ad un certo punto ha iniziato a berciare: “Ué, basta smartworking, adesso tutti in ufficio, che avete rotto”.

Tuttavia, ho come il sospetto che non sia questa la giusta chiave di lettura: il coronavirus è soprattutto un virus della mobilità. Si potrà, dunque, sopravvivere solo ripensando totalmente alle attività, secondo due chiavi di lettura, opposte e complementari. La prossimità, e l’assenza di luogo (u-tόpos?). Milano dovrà tornare a far rima con movimento, pur in assenza di mobilità: un ossimoro? Forse un equilibrio che nasce da lontano: il negozietto di quartiere che si sposa con l’e-commerce e ne coglie tutte le opportunità.

P.S. L’articolo è stato scritto durante un volo aereo, perché gli spostamenti stimolano la fantasia. Sognavamo il teletrasporto. Oggi, chissà.

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