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Nè Gomorra, nè La grande bellezza. Napoli “è n’ata cosa”

Comunicatore & anti-avvocato
© CHIARA STRUSI
© CHIARA STRUSI

Vivere di stereotipi è una cosa che noi italiani facciamo abitualmente e che, diciamolo, storicamente ci ha anche portato un po’ fortuna. In fondo, cos’è il “Made in Italy” se non un grande agglomerato di stereotipi che abbiamo saputo sfruttare a nostro vantaggio? La brutta notizia, casomai, è che esageriamo e, a furia di vivere di stereotipi, potremmo anche morirne. Ce ne serviamo continuamente per categorizzare la realtà, quindi bypassarne l’analisi, lo studio. A Napoli, questo lo sanno bene perché Napoli è la città più criticata d’Italia, con gli abitanti più giudicati d’Italia. Giudicati da chi? Dai tribunali? No. Giudicati da noi che napoletani non siamo. Napoli è una città che si impara a comprendere e ad apprezzare attorno ai 40 anni, in genere con la maturità (il cui arrivo, quando si registra, varia da persona a persona).

Mandolino, pizza, melodie improbabili, rituali religiosi kitsch, criminalità organizzata ed un’altra sterminata serie di banalità che, tuttavia, ad esaminarle, si sovrappongono quasi perfettamente all’immaginario collettivo riguardante l’Italia nel suo complesso. Un caso? Probabilmente no.

A scanso di equivoci, non c’è necessità di fare gli avvocati del diavolo né di scimmiottare il mantra per cui, in fondo, Napoli è meglio delle altre città, raggiungendo, al contrario, come unico effetto concreto la banalizzazione di qualsiasi ragionamento. Sarebbe bello, un giorno, sedersi tutti in cerchio in un grande prato per poter assistere alla decomposizione delle argomentazioni dozzinali, delle espressioni politically correct e delle frasi buoniste.

Non occorre sottolineare i primati dell’epoca borbonica, né soffermarsi su esempi storici triti e ritriti che ci rimembrano che a Napoli è nata la prima linea ferroviaria italiana, la prima università laica e statale d’Europa o che nella città di Pulcinella ci sia un innato talento nella conservazione di determinati lieviti. Si vuole solo fotografare il nostro rapporto con Napoli, un posto che (forse) non a caso è stato appena inserito dal New York Times nella lista dei 52 luoghi da visitare per un mondo che cambia.

Negli ultimi mesi, abbiamo assistito a diversi appuntamenti culturali mainstream incentrati su Napoli che delineano un puzzle interessante. “Stanotte a Napoli” di Alberto Angela ha raggiunto, la sera di Natale, 4 milioni di ascoltatori; dopo 8 anni, la serie Sky “Gomorra”, liberamente ispirata al best-seller di Roberto Saviano, giunge al termine e, più o meno in contemporanea, arriva nei cinema e poi su Netflix “È stata la mano di Dio”. L’accoglienza data a ciascuno dei tre prodotti è soggettiva e personale ma una cosa si può dire: questo palinsesto campano-centrico sembra lontano anni luce dai tempi di “Live non è la D’Urso”, eppure sono passati pochi mesi.

Troppo rischioso parlare di “Gomorra” con lo spoiler sempre in agguato; troppo scontato sottolineare che Napoli convive con cicatrici e anomalie profonde; troppo ovvio comunicare che Napoli non significa camorra e davvero troppo facile parlare bene del solito Alberto Angela (luce nelle tenebre). Colpisce invece l’accoglienza riservata all’ultima fatica di Sorrentino che, prima della notizia dell’approdo nella short list dei semifinalisti agli Oscar, è stata bersaglio di critiche asprissime. In tanti hanno detto e scritto che “È stata la mano di Dio” è un film lento (come se per un film questo fosse un difetto e come se non conoscessero Sorrentino) e in tantissimi hanno dichiarato che non è certo “la grande bellezza versione Napoli”. Quando le critiche sono costruttive è giusto prenderne atto: “de gustibus no disputandum est”, dicevano quelli bravi. Tutto vero. Ma tra critiche ed idiozie, ancora oggi, c’è differenza. Altrimenti, continueremo ad attaccare Sorrentino prima dell’Oscar, così come i Maneskin prima di Eurovision, per poi, puntualmente, metterci in prima fila ad applaudirli dopo la vittoria. Troppo facile così.

Verrebbe da dire che “È stata la mano di Dio” è il solito Sorrentino. La solita bellezza a cui non ci si abitua mai. C’è tanto mare in quel film, nelle inquadrature e dentro ai personaggi. C’è verità nella commedia: c’è una storia che è la storia del regista e un disagio che è il disagio di tutti. C’è l’emotività che non ha il coraggio di guardarsi allo specchio ma che non si butta via. E, soprattutto, c’è la Napoli degli anni ‘80. Quelle vite lì, quelle emozioni lì.

Al di là della fede calcistica di ognuno, immaginate che esperienza sociale sarebbe rivedere il Napoli campione d’Italia. Quanto sarebbe bello rivivere quelle scene? Quanto saremmo disposti a pagare per ritornare agli anni ‘80 che ci travolgono? Chi scrive è un classe ’89 che, di quegli anni, ne ha vissuto solo qualche mese e ha imparato a sentirne la mancanza attraverso l’entusiasmo di chi li ha assaporati veramente. Non è una nostalgia che indebolisce ma un sentimento che ricorda ai trentenni di oggi da dove vengono.

L’errore che in tanti hanno commesso con il film di Sorrentino è lo stesso che molti di noi compiono con Napoli e la napoletanità: il  disperato bisogno di trovare termini di paragone. E invece termini di paragone “nun ce n’ stann”. Non ha senso paragonare “È stata la mano di Dio” con “La grande bellezza”. Sarebbe come paragonare i mini-villaggi di Natale che trovi in Rinascente ai presepi di San Gregorio Armeno. O una margherita in Via dei Tribunali con la pizza al taglio a Campo dei Fiori; Roberto Murolo con Pino Daniele; Barbara D’Urso con Tiziana Panella; Masaniello con Mameli. Sarebbe come paragonare CR7 a Diego. Come si fa?

È ora di rassegnarsi, smetterla di cercare luoghi comuni in un luogo che comune non è. Perché, dovremmo ormai averlo capito tutti, Napoli è un altro tipo di società, di convivenza; è un altro tipo di Natale, di banchetto nuziale, un altro tipo di umanità. Forse la versione più tragicomica, forse quella più autentica.

E nonostante le critiche che, puntualmente, le si rivolgono, nonostante le offese gratuite che Napoli riceverà, sempre e più degli altri, per l’eccezione culturale che rappresenta, nessun italiano sano di mente potrà smettere di invidiare le profondità umane a cui questa città abitua e nessun napoletano si arrenderà mai all’idea di essere uguale agli altri, di vivere in un posto uguale agli altri. Napoli all’uguaglianza non dovrebbe neppure aspirare, perché l’uguaglianza non è un parametro. Non meraviglia affatto che il più grande tributo del nostro tempo alla bellezza di Roma lo abbia fatto un napoletano.

Napoli non è la grande bellezza. “È n’ata cosa”.

È la bellezza che “non si disunisce”. Mai.

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