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Per salvare l’accordo sul nucleare iraniano restano tre mesi

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
Per salvare l’accordo sul nucleare iraniano restano tre mesi

La settimana scorsa, la nuova amministrazione americana, che sembrava finora prendersela comoda, ha fatto sapere che è pronta a tornare al tavolo negoziale con l’Iran. Come ha riferito la CNN, il Dipartimento di Stato ha detto che gli Stati Uniti sono disponibili a ritrovarsi con il gruppo di potenze mondiali che ha elaborato l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 per riparlare dell’argomento.

Tuttavia, il tempo stringe. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha strappato a Tehran un accordo temporaneo che consente agli ispettori Onu di continuare a monitorare (per tre mesi) il programma nucleare iraniano evitando la totale sospensione delle ispezioni (l’Iran aveva annunciato il blocco, a partire da oggi, delle ispezioni internazionali nei suoi siti nucleari, se gli Stati Uniti non avessero tolto le sanzioni imposte dall’ex presidente Donald Trump dopo aver abbandonato unilateralmente l’intesa).

Il nuovo presidente americano ha ora tre mesi di tempo per decidere come e quando rientrare nell’accordo. Intanto, il team di Biden ha dichiarato che l’Iran deve prima ritornare al pieno rispetto dell’accordo nucleare e poi si potranno allentare le sanzioni americane; ma come ha ribadito il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, Tehran insiste che devono essere gli Stati Uniti a fare il primo passo togliendo le sanzioni.

La settimana scorsa Fareed Zakaria, il columnist del Washington Post, ha fatto notare che ci sono molti modi per risolvere la situazione; e anche Esfandyar Batmanghelidj e Sahil Shah concordano, su Politico magazine, sul fatto che la sequenza di passi da compiere per superare la situazione di stallo è tutt’altro che impossibile. Il team di Biden, essi scrivono, potrebbe ristabilire le deroghe (cancellate da Trump) che permettono all’Iran di vendere un po’ di petrolio mentre le sanzioni americane restano in vigore. In alternativa, gli Stati Uniti potrebbero sostenere la richiesta iraniana di un prestito da parte del Fondo monetario internazionale, o facilitare l’accesso dell’Iran ai fondi e alle partecipazioni che detiene all’estero. «Se Biden dovesse fare uno di questi passi», scrivono, «ci si può aspettare che l’Iran cessi di potenziare il programma nucleare. Nessuno dei due paesi rispetterebbe pienamente gli impegni assunti nell’ambito dell’accordo nucleare, ma così si creerebbe un’opportunità per nuovi colloqui nello spirito di una diplomazia ‘win-win’», che cioè non scontenti o danneggi nessuno dei soggetti coinvolti.

Del resto, sin da quando l’allora presidente Trump si è tirato fuori dall’accordo con l’Iran, Biden e i suoi principali consiglieri hanno detto chiaramente che quel ritiro è stato un grave errore che ha minato la credibilità degli Stati Uniti e reso più pericoloso il Medioriente. L’accordo aveva ingabbiato l’Iran e imposto limiti molto severi al suo programma nucleare (senza i quali, Tehran avrebbe ottenuto la bomba atomica).

C’era perciò da attendersi che, come ha osservato Fareed Zakaria sul Washington Post, una volta in carica, l’amministrazione Biden avrebbe cercato un modo rapido per tornare all’accordo. Ma, a quanto pare, non è così. Sia il segretario di Stato che il direttore della National intelligence sostengono che c’è ancora parecchia strada da fare per resuscitare l’intesa ed insistono che deve essere l’Iran, per primo, a rispettare l’accordo; ma si tratta, spiega Zakaria, di una «tattica» per evitare di affrontare la questione. «I diplomatici – scrive il volto della CNN ed editorialista del Washington Post – possono trovare un metodo che consenta ai due paesi di riprendere l’accordo simultaneamente. Molti dei funzionari di Biden hanno contribuito a negoziare l’accordo iraniano e hanno sostenuto strenuamente che fosse il migliore accordo che gli Stati Uniti potevano raggiungere». Che succede, hanno forse cambiato opinione?

«Io sospetto – scrive il giornalista – che il team di politica estera di Biden stia cercando di fare politica interna, sperando di schivare le accuse dei repubblicani per essere stati troppo teneri con i nemici degli Stati Uniti. Non funzionerà. Di già i Repubblicani hanno avvertito la debolezza e stanno montando una campagna, che sarà reclamizzata come una grande vittoria per i repubblicani, per impedire che l’accordo con l’Iran possa essere resuscitato. I democratici dovrebbero tenere a mente che quando fuggono terrorizzati davanti alla politica estera, non vincono mai. Lyndon Johnson ha mandato mezzo milione di militari in Vietnam per paura che repubblicani potessero dire che era tenero con il comunismo. Dopo l’11 settembre, i democratici hanno votato con entusiasmo per il Patriot Act e per la guerra in Iraq. L’allora senatore John F. Kerry è stato un eroe di guerra, decorato con tre Purple Heart, e (come Biden) ha votato per autorizzare l’evasione dell’Iraq. In cambio, i repubblicani lo hanno dipinto come un codardo che ha mentito sul suo passato militare».

A ben guardare, ha concluso Zakaria, i successi in politica estera del presidente Barack Obama (l’accordo sul clima di Parigi, l’accordo nucleare iraniano, l’apertura a Cuba, la Trans-Pacific Partnership) sono arrivati quando l’allora presidente americano («un personaggio singolare») ha messo in discussione il pensiero di gruppo bipartisan, si è assunto dei rischi e, soprattutto, ha smesso di condurre la politica estera secondo le regole dei repubblicani. «I collaboratori di Biden sono molto intelligenti e capaci. Molti di loro hanno contribuito a plasmare queste politiche. Non credono più nelle loro realizzazioni?».

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