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Puglia, i riformisti rilanciano l’alternativa ai populismi

Presidente Fondazione PER
Puglia, i riformisti rilanciano l’alternativa ai populismi

Nella settimana passata, mentre gli Stati generali del governo Conte II procedevano stancamente senza approdare a un quadro di indicazioni e di indirizzi certi perché la maggioranza che lo sostiene è divisa tra un manipolo di innovatori europeisti e liberali di sinistra e un corpaccione di conservatori distribuiti tra i sindacati, il movimento 5S e il Pd, sono emersi due fatti nuovi che vanno registrati.

Il primo è la candidatura di Scalfarotto a presidente della Puglia a nome di un fronte riformista e liberalprogressista che tiene insieme + Europa, Azione e Italia Viva. Le bizze di Calenda alla ricerca spasmodica di terreni di conflitto con Renzi e un eccesso di solipsismo del gruppo dirigente di IV avevano soffocato le speranze di quanti avevano colto il significato politico dell’appello lanciato da Della Vedova qualche mese fa affinché questi partiti,  uniti da profonde identità programmatiche, iniziassero un percorso comune indirizzato a fare emergere uno spazio politico alternativo a quello demopopulista che sta faticosamente cercando di costruire il Pd e LeU puntando sull’alleanza con i 5S.

La scommessa pugliese

La candidatura di Scalfarotto può costituire un effettivo laboratorio di un nuovo progetto  di rifondazione della sinistra riformista dopo che il suo più organico antenato, quello lanciato al Lingotto da Veltroni nel 2008, è stato abbandonato dal nuovo gruppo dirigente del Pd. La scelta della Puglia può favorire non solo questo dialogo tra tre forze politiche ora divise dal sostegno o meno al governo, ma anche una elaborazione progettuale e programmatica utile su scala nazionale, perché si scontra con Emiliano che rappresenta il volto più cupo e inconcludente dell’incontro tra Pd “di sinistra” e antipolitica populista pentastellata.

Tutta la lotta feroce condotta da Emiliano contro i governi Renzi-Gentiloni in nome di un anti-industrialismo farlocco, di una ambientalismo tanto apocalittico quanto superficiale, di un giustizialismo con la bava alla bocca, fino all’antivaccinismo più becero, accompagnati però da dosi massicce di trasformismo degne del peggior  notabilato meridionale, era condotta con l’obbiettivo di cavalcare la tigre populista per farne la base programmatica del suo ruolo di dirigente nazionale del Pd e della sua rielezione: era arrivato persino a mettere in giunta tre esponenti del M5S senza nemmeno chiederglielo per accelerare questa fusione tra il pd pugliese e i 5s.

Le cose non sono andate, però, come volevano Emiliano e il suo assistente Boccia, perché il M5S si è sottratto alla proposta ricevuta, accortosi anch’esso della scarsa legittimazione dei proponenti e del carattere fortemente divisivo della ricandidatura del Presidente uscente. Inoltre, mentre la pandemia ha fatto emergere figure di “governatori” di caratura nazionale, Emiliano non si è distinto in nessun modo per un’azione di contrasto al virus efficace e determinata, né il ruolo, modesto e confuso, del suo alleato Boccia come ministro degli Affari regionali, ha spinto la Puglia al centro della politica nazionale. Per molti aspetti la stessa vittoria alle primarie imposte dal governatore si è rivelata un punto di debolezza: Emiliano ha vinto ma è più solo di prima, con un Pd costretto a difenderlo ma ormai cacciatosi in un cul de sac.

La candidatura di Fitto certifica inoltre il declino della destra, che si deve rivolgere a un politico ormai sostanzialmente finito, per trovare una unità di facciata, ma senza nessuna indicazione programmatica nuova: Fitto è il vecchio centrodestra berlusconiano, rattrappito e pieno di rughe, e non ha nulla a che vedere con la nuova destra sovranista di Salvini e Meloni, che raccoglie notevoli consensi a livello nazionale. Tutti sperano che la rete delle relazioni che Fi aveva allacciato con pezzi dell’establishment locale si possano riattivare, confidando nel fatto che la candidatura di Emiliano apra una voragine tra sinistra e settori dinamici della società pugliese e che non siano per intero intercettati dalla proposta di Scalfarotto. Emiliano è dunque la vera garanzia che la destra abbia una effettiva competitività elettorale in Puglia.

In ogni caso lo scontro tra populismo e antipopulismo è la cifra di questa contesa elettorale, che vede il Pd nello stesso campo dei 5s senza, però, esserne l’alleato, quindi costretto a difendere un candidato sostanzialmente impresentabile, senza neanche beneficiare di un accordo politico con quel movimento alleato con il Pd su scala nazionale: la Puglia non è dunque il laboratorio di una rinnovata foto di Terni, anche perché su questa grava anche il minaccioso silenzio di Vendola.

Il Pd avrebbe una possibilità se fosse capace di fare “mosse del cavallo”: chiedere a Emiliano di fare un passo indietro e di individuare con l’area riformista che si è costituita  un nuovo candidato. Ma non lo farà perché per farlo ci vorrebbe a Roma un gruppo dirigente diverso da quello che c’è.

La voce di Bergamo

La seconda buona notizia sono le due interviste di Giorgio Gori a Repubblica nelle quali prende le distanze dall’attuale gruppo dirigente del Pd che sostiene Zingaretti e mette in luce il progressivo degrado della cultura riformista del partito, sacrificata sull’altare della alleanza con i 5s e dello stantio mito dell’“unità delle sinistre”, senza neanche inanellare successi elettorali. Gori non aggiunge niente di nuovo a ciò che aveva detto in varie circostanze prima che il Covid-19 travolgesse la sua città. La novità è aver ripreso la parola ora e di aver declinato in una dimensione più direttamente politica la sua visione di una sinistra democratica riformista e progressista, sempre più lontana dalla direzione scelta dalla leadership zingarettiana. Gori ha posto per la prima volta da un anno un problema di indirizzo politico in quel partito e ha chiesto di interrogarsi sugli effetti non propriamente positivi di questo supino accodarsi al populismo grillino. Sono infatti spariti dalla sua agenda la riforma della giustizia, lo jus culturae, il superamento delle leggi anti-immigrati di Salvini, la cancellazione di due provvedimenti iniqui come il Reddito di cittadinanza e Quota 100 che drenano preziose risorse e non servono al rilancio dell’economia, né alla lotta contro la povertà e le diseguaglianze.

Le stizzite o boriose risposte dei capicorrente, per una sorta di eterogenenesi dei fini, mettono in evidenza che Gori ha colpito nel segno perché come la famosa frase del “re nudo” della favola di Andersen, ha disvelato il crescente timore  del gruppo dirigente del Pd che la sua strategia “unitaria” sia arrivata al capolinea e che dietro la mossa di Gori si annidi un nuovo disegno politico che vede nel terzetto Gori, Bentivogli, Bonaccini le punte di diamante di un progetto di ridefinizione degli equilibri interni del partito in chiave esplicitamente antipopulista. Che sia Bonaccini il vero spauracchio del Pd lo dichiara con ingenua burbanza in un post di oggi la politologa Nadia Urbinati, animatrice del manifesto dei “marxisti per Conte” che accusa il “governatore renziano” (come ha spiegato Freud spesso le ossessioni diventano patologie incurabili) di dare “l’assalto alla segreteria” e di “coltivare sogni di gloria spropositati”, anche perché i presidenti delle regioni “sviluppano la vocazione al dominio che non è la stessa cosa della leadership”.

In questa settimana, dunque, si è messo in moto qualcosa nella sinistra italiana, dopo un anno di stasi e di offuscamento di ogni alternativa riformista. Perché il progetto prenda consistenza dipenderà molto dal risultato pugliese, che rappresenta il primo vero attacco all’egemonia demopopulista.

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