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Quello cinese è un approccio «win-win»?

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
Quello cinese è un approccio «win-win»?

Lunedì scorso, nel suo primo discorso da quando Trump ha lasciato l’incarico, il presidente cinese Xi Jinping ha invocato apertamente una maggiore cooperazione internazionale, un rafforzamento del multilateralismo e della libertà di commercio dopo anni di tensioni commerciali con l’amministrazione americana precedente.

«Dovremo respingere la mentalità superata della Guerra fredda e del gioco a somma zero, attenerci alla soddisfazione e al rispetto reciproci, e migliorare la fiducia politica attraverso la comunicazione strategica», ha detto Xi durante il World Economic Forum, che quest’anno si tiene a Davos in forma virtuale. Come quattro anni fa, il leader cinese si è presentato di nuovo come il paladino della globalizzazione e del libero scambio e come il difensore dei paesi in via di sviluppo. «È importante attenersi al concetto di cooperazione basato sul mutuo vantaggio, dire no alle politiche protezionistiche meschine ed egoiste, e fermare la pratica unilaterale di mantenere solo per sé i vantaggi dello sviluppo».

Se solo alcuni paesi «abbandonassero i pregiudizi ideologici» (e viene in mente l’assillo dell’Occidente nei confronti della Cina sui diritti umani) si spalancherebbero le porte ad un percorso di pacifica convivenza, di «cooperazione vincente» e di mutuo vantaggio, ha aggiunto. Ma a quanto pare, Joe Biden, che ha passato il fine settimana a telefonare ai leader mondiali per rassicurarli che l’America è tornata (anche con Putin ha messo in chiaro che gli Stati Uniti agiranno fermamente in difesa dei loro interessi nazionali in risposta a eventuali «malign actions» da parte della Russia), non ha fretta di riconciliarsi con la Cina, e soprattutto non alle condizioni di Xi Jinping.

Poche ore dopo il discorso di Xi, la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha smorzato gli entusiasmi sull’idea di un approccio «win-win». Nel briefing quotidiano con i giornalisti alla Casa Bianca, Psaki ha detto che quella degli Stati Uniti con la Cina è una «competizione seria» e che, anzi, «la competizione strategica con la Cina è la caratteristica distintiva del 21º secolo». «La Cina – ha chiarito – è impegnata in una condotta che ferisce i lavoratori americani, ridimensiona il nostro vantaggio tecnologico e minaccia le nostre alleanze e la nostra influenza nelle organizzazioni internazionali». La Cina, oltretutto, non è così aperta al mondo come vorrebbe far credere.

«Quello che abbiamo visto negli ultimi anni è che la Cina sta diventando sempre più autoritaria in patria e più assertiva all’estero e Pechino sta ora sfidando la nostra sicurezza, la nostra prosperità e i nostri valori in modo tale da richiedere un nuovo approccio da parte degli Stati Uniti … Vogliamo affrontare questo problema con una certa pazienza strategica», ha poi aggiunto. Sull’atteggiamento che avrà la Cina nei prossimi decenni, è intervenuto anche Larry Diamond della Stanford University che, nell’ultimo numero dell’Hoover Digest, presenta tre ragioni per le quali l’Impero di Mezzo diventerà più aggressivo.

«L’era dei leader comunisti cinesi che ‘attendono il loro momento’ sulla scena globale è finita», scrive. «Ora cercano di rovesciare l’ordine liberale del dopoguerra, rifare le istituzioni e le norme internazionali, e ristrutturare l’equilibrio di potenza in Asia e oltre». In secondo luogo, «in contrasto con i suoi due predecessori che, raggiunto il limite dei due mandati presidenziali quinquennali, hanno lasciato il potere, Xi ha abolito i limiti al mandato e progetta di governare per tutta la vita».

Quindi, non può più passare il ‘problema’ di Taiwan al successore, sostenendo di aver fatto progredire le prospettive della Cina. Per mantenere la propria legittimità interna e per realizzare le ambizioni di ascesa globale della Cina, egli deve ‘recuperare’ Taiwan».

In terzo luogo, Diamond scrive, «Xi ora si rende conto che le tattiche di penetrazione, propaganda, corruzione e cooptazione non porteranno Taiwan in grembo al partito», lasciandogli come unica risorsa il ricorso a mezzi più sbrigativi. Per queste ragioni, scrive Diamond, «i prossimi anni rappresenteranno la più grande sfida per la pace e la sicurezza in Asia dalla guerra del Vietnam».

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