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Siamo davvero alle prese con una nuova Guerra fredda?

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
Siamo davvero alle prese con una nuova Guerra fredda?

Lo scambio di bordate verbali tra i diplomatici americani e le loro controparti cinesi che è andato in scena ad Anchorage, in Alaska, nel corso del primo faccia a faccia tra la nuova amministrazione americana e quella cinese, ha ricordato gli scambi di invettive tra i giganti del wrestling professionistico.

Dopo che il segretario di Stato Anthony Blinken ha descritto il regime di Xi Jinping come una «minaccia alla stabilità globale» e criticato la repressione cinese ad Hong Kong e nella regione dello Xinjiang, il cinese Yang Jiechi ha risposto con una lunga tirata, invitando gli Stati Uniti a «piantarla di proporre il proprio modello di democrazia al resto del mondo».

Il direttore dell’Ufficio della Commissione centrale affari esteri del Partito comunista cinese non le ha mandate certo a dire e Bhim Burthel in un articolo su Asia Times ha elencato le cose da tenere a mente: per la Cina, né gli Stati Uniti né l’Occidente rappresentano l’opinione mondiale; Pechino non accetta interferenze negli affari interni, non è disponibile a mettere in discussione la propria sovranità e la propria integrità territoriale e respinge gli standard di democrazia e diritti umani imposti dagli americani; i cinesi, sostiene Yang, non tollereranno più umiliazioni ed insulti da parte degli Stati Uniti e se gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina dal punto di vista economico, la Cina non ha più bisogno degli Stati Uniti, ecc.

Non per caso, in diversi, sia nella sinistra democratica che nella destra trumpista, sembrano essere d’accordo con Yang e consigliano alla nuova amministrazione di smetterla di premere Pechino in materia di diritti umani per concentrare l’attenzione su cose più concrete.

In realtà, come ha scritto l’editorial board del Washington Post, il discorso di Blinken e le altre mosse iniziali del team di Biden rappresentano esattamente il «reset» di cui c’era bisogno dopo la precedente gestione, confusa e spesso contraddittoria, del rapporto con la Cina. Da presidente, Donald Trump ha ripetutamente elogiato Xi (e, secondo John Bolton, il suo ex consigliere nazionale per la sicurezza, in privato ha incoraggiato la repressione ad Hong Kong e nello Xinjiang). Joe Biden nella sua prima telefonata ha detto invece al dittatore, senza molti giri di parole, che sbagliava a puntare sul declino dell’America.

Il giorno prima dell’incontro ad Anchorage, l’amministrazione americana ha sanzionato «due dozzine» di funzionari coinvolti nella repressione di Hong Kong; e in una imponente azione congiunta, gli Stati Uniti si sono uniti alla Gran Bretagna, al Canada, all’Australia, alla Nuova Zelanda nell’adottare nuove sanzioni, in parallelo con l’Unione europea, contro le persone coinvolte nella campagna genocida contro gli uiguri dello Xinjiang.

Tuttavia, come racconta il Washington Post, l’amministrazione americana ha anche detto chiaramente che la sua netta opposizione nei confronti degli abusi riguardanti i diritti umani da parte della Cina e la sua aggressività contro Taiwan e altri paesi vicini non preclude la collaborazione sui temi di interesse comune. «Proprio come il presidente Ronald Reagan, che ha etichettato l’Unione sovietica come un ‘impero del male’ mentre raggiungeva importanti accordi sul controllo degli armamenti, Biden sta cercando un terreno comune con Xi sul cambiamento climatico, sui programmi nucleari di Iran e Corea del Nord, e una soluzione pacifica in Afghanistan. Un alto funzionario ha raccontato a John Hudson del Post che dopo i fuochi d’artificio retorici, le due parti ‘si sono messe subito a parlare d’affari’ e hanno avuto ‘una discussione seria, concreta e diretta’».

Alcuni commentatori hanno liquidato il litigio iniziale come una recita destinata a dare soddisfazione alle opinioni pubbliche dei due paesi. Ma, ovviamente, c’è dell’altro. La Cina e gli Stati Uniti guidano due fazioni opposte in uno scontro globale «sul futuro della governance dell’umanità». «Gli strateghi americani si aspettavano che la partecipazione cinese al sistema economico globalizzato e lo sviluppo sociale avrebbero condotto a riforme che avrebbero fatto della Cina una paese, politicamente ed economicamente, più simile agli Stati Uniti. Invece – ha scritto Bhim Bhurtel – dopo aver sfruttato tutte le opportunità fornite dal sistema economico globale, la Cina si è convinta di poter modificare il sistema economico globale per mantenere intatto il proprio sistema politico. Per questo motivo, la Cina ha sfidato pubblicamente la supremazia degli Stati Uniti».

Insomma, Xi vuole convincere il mondo che «l’Oriente è in ascesa, mentre l’Occidente è in declino», e che l’autoritarsimo high-tech cinese sia il modello migliore per il XXI secolo. Biden, invece, è giustamente determinato a dimostrare che la democrazia, con la sua enfasi sulla libertà individuale, può ancora prevalere. Perciò, gli Stati Uniti dovranno certo dimostrare, negli anni che verrano, che il loro sistema politico è in grado ancora di funzionare. Ma devono anche spiegare al mondo quel che sta alla base del regime di Xi: campi di concentramento, lo sradicamento delle minoranze e l’idea di ridurre al silenzio ogni voce critica.

«È molto improbabile che critiche e le sanzioni americane determinino un qualunque cambiamento in Cina, almeno nel breve termine», scrive la redazione del Post. «Ma con il tempo, è probabile che il regime, come prima l’Unione sovietica, verrà a trovarsi sulla difensiva. La maggior parte delle persone desiderano beneficiare della prosperità che vedono crescere rapidamente in Cina. Ma nessuno vuole vivere in un campo di concentramento».

Ovviamente, tutti dicono di voler evitare una nuova guerra fredda. Anzi, secondo Thomas J. Christensen non ci sarà una seconda guerra fredda: gli Stati Uniti e la Cina non sono impegnate in uno scontro ideologico globale per conquistare «hearts and minds»; il mondo altamente globalizzato di oggi «non è e non può essere facilmente diviso in blocchi economici nettamente separati»; e gli Stati Uniti e la Cina non guidano sistemi opposti di alleanza come quelli che hanno combattuto sanguinose guerre per procura nella metà del secolo scorso in Corea e in Vietnam e creato crisi nucleari in luoghi come Berlino e Cuba. «Senza nessuno di questi tre fattori, la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica sarebbe stata molto meno violenta e pericolosa di quanto sia stata. Perciò, sebbene la Cina rappresenti una sfida concreta per gli Stati Uniti, i loro alleati e i loro partner, la minaccia non deve essere fraintesa», scrive Christensen su Foreign Affairs.

Insomma, oggi le rivalità tra le superpotenze assomigliano poco al passato e le cose sono molto cambiate dalla fine degli anni ’40. La differenza c’è, ovviamente, ma secondo Gideon Rachman, le similitudini tra gli eventi odierni e i primi anni della guerra fredda sembrano sempre più convincenti, perfino inquietanti.

«Ancora una volta – spiega Rachman sul Financial Times – c’è un asse tra Russia e Cina schierato contro un’alleanza occidentale guidata da Washington. La settimana scorsa il presidente americano Joe Biden si è rivolto ad un vertice della Ue – mentre Anthony Blinken, il suo segretario di Stato, è intervenuto alla Nato invocando l’unità dell’occidente per dissuadere le ambizioni militari cinesi e la ‘aggressione’ russa. Nel frattempo Sergei Lavrov, il ministro degli esteri russo, era in Cina per sollecitare Pechino e Mosca ad unirsi per respingere la potenza americana».

Senza dubbio, le tensioni tra i due schieramenti si stanno acuendo. L’aviazione cinese ha inscenato una incursione nello spazio aereo di Taiwan. La settimana scorsa, inoltre, ha imposto sanzioni su parlamentari europei e inglesi, che si sono pronunciati sui diritti umani nello Xinjiang. Questo mese la Russia ha richiamato il proprio ambasciatore da Washington per protesta con quelle che ha definito azioni senza precedenti da parte degli Stati Uniti. E, come abbiamo visto, il primo incontro tra i massimi funzionari dell’amministrazione Biden e del governo cinese è degenerato in una rissa.

Stando a Pechino, racconta Rachman, le tensioni derivano dall’incapacità di Washington di venire a patti con l’ascesa della Cina (e c’è del vero nell’idea che gli Stati Uniti stentino a liberarsi dal «vizio» dell’egemonia). Ma Pechino finge di ignorare che il cambiamento dell’atteggiamento europeo e americano è dipeso anche dal comportamento della Cina. L’aumento della repressione, il culto della personalità del presidente Xi Jinping e lo sfoggio di potenza e mezzi miliari, hanno fatto sì che l’atteggiamento aggressivo nei confronti della Cina sia molto più facile da vendere sia in America che in Europa.

«Nel 1945-46, l’imposizione da parte dell’Unione sovietica di regimi satellite nell’Europa orientale ha condotto ad una riconsiderazione fondamentale delle intenzioni di Mosca. Nel corso dell’anno scorso, la repressione del movimento pro-democrazia di Hong Kong e le rivelazioni dettagliate sulla persecuzione degli uiguri da parte delle autorità cinesi (ora etichettato come genocidio da parte del governo americano ) hanno avuto un ruolo molto simile nel modificare le attitudini occidentali. La crescente prepotenza della diplomazia dei Wolf Warriors è un campanello d’allarme che gioca lo stesso ruolo della serie di discorsi anti-occidentali dell’Urss negli anni Quaranta», scrive Rachman.

Fino a poco tempo fa, inoltre, sembrava che l’Europa potesse chiamarsi fuori da nuova guerra fredda. L’Unione europea aveva firmato un accordo commerciale con la Cina nonostante le perplessità americane. Ma l’imposizione di sanzioni su membri importanti del Parlamento europeo rende molto improbabile che la Ue ratifichi l’accordo. Senza contare che il clima di crescente repressione in Russia, esemplificato dall’arresto del leader dell’opposizione Alexei Navalny, sta restringendo il divario tra le opinioni americane ed europee anche sulla Russia.

In questa seconda guerra fredda, come nella prima, ci sono ovviamente dei punti caldi regionali dove il conflitto potrebbe riscaldarsi. In Asia, alcuni di questi punti sono in realtà questioni irrisolte ereditate dalla prima guerra fredda, vale a dire lo status della penisola coreana o di Taiwan. Mentre in Europa, la linea del fronte si è spostata più a est. Ora è l’Ucraina, anziché Berlino, a costituire il punto centrale delle tensioni tra Mosca e l’Ovest. Senza contare che se durante l’amministrazione Trump, la rivalità tra la Cina e gli Stati Uniti il più delle volte non aveva la dimensione ideologica della prima guerra fredda (Donald Trump è stato un presidente ‘transactional’ ed era concentrato soprattutto sul deficit commerciale degli Stati Uniti), con l’avvento dell’amministrazione Biden, sostiene Rachman, «la competizione ideologica è tornata». Biden ha proposto un summit delle democrazie ed il suo chiaro intento è quello di riaffermare la leadership americana del mondo libero.

Inoltre, «le rivalità tecnologiche sono di nuovo al centro della competizione tra le superpotenze. Durante la prima guerra fredda, si trattava della tecnologia nucleare e la corsa allo spazio. Ora le rivalità tra le superpotenze sono concentrate sul 5G e sull’Intelligenza Artificiale. Ma lo scontro tecnologico ha luogo in un contesto molto diverso. Quarant’anni di globalizzazione hanno garantito una profonda integrazione dell’economia della Cina e dell’Occidente. Se l’integrazione possa sopravvivere all’intensificazione delle rivalità tra le superpotenze è la grande questione aperta della nuova guerra fredda».

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