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Tre domande per Diego Fusaro

Tre domande per Diego Fusaro

Tre domande per Diego Fusaro, filosofo e saggista. Dopo la positiva esperienza condotta con Marco Rizzo, ho pensato di rivolgere le stesse identiche domande al noto opinionista controcorrente.

In verità, in un primo momento, avrei voluto, in qualche modo, riadattare le domande: sarei partito dalla relazione tra Kant e il potere, per poi arrivare a definire meglio il ruolo della democrazia moderna. Infine, mi sono convinto che sarebbe stato più proficuo per il lettore essere meno accomodanti e portare avanti il nostro dibattito sulla libertà, sulla teoria dell’emergenza permanente, sul ruolo ambiguo degli schieramenti politici.

Il presupposto, come già nell’introduzione a Rizzo, è quello di provare, nel nostro piccolo, a dare voce a chi, oggettivamente, in questo momento, ne ha poca, con la consapevolezza che il pensiero critico, qualunque sia la nostra opinione, sia il vero vaccino ai mali della democrazia. Buona lettura.

  • Dal crollo del muro in avanti, trovo che in Italia si sia creata, nel popolo di sinistra, una certa confusione. Gli avversari politici utilizzano l’espressione “buonismo”, in senso dispregiativo. Qualcosa di vero, tuttavia, sembra esserci: quando si propongono sanatorie a tempo determinato e quando si fa finta di appellarsi alla solidarietà per, in realtà, legittimare la schiavitù, si fa finta di essere buoni, ma si fa il gioco del cosiddetto “potere”. Lei cosa ne pensa?

D.F.     Si, confusione è una parola molto garbata e neutra: io la definirei meglio metamorfosi kafkiana delle sinistre. Il mio maestro soleva definirla il serpentone metamorfico pci pds ds pd: dal grande Antonio Gramsci, al bardo cosmopolita Roberto Saviano.

Più che di confusione, parlerei di una normalizzazione integrale delle sinistre, le quali, da polo di rappresentanza del lavoro, sono diventate il polo di rappresentanza del capitale cosmopolita.

Peggio ancora, sembrano passare larga parte del loro tempo a demonizzare le richieste di emancipazione delle classi lavoratrici, che chiedono, evidentemente, salari più dignitosi e maggior protezione da parte dello Stato.

Confusione, dunque, è un’espressione vera, e, al tempo stesso, fin troppo buona: non buonista, ma molto buona, sicuramente.

Le sinistre sono diventate l’ala culturale della destra finanziaria capitalistica: come ho spiegato nel mio libro “Pensare altrimenti”, c’è una sorta di sinergia tra la destra liberista del danaro e la sinistra libertaria del costume, che sono, per cosi dire, la doppia apertura alare del globalismo capitalistico.

La destra del danaro vuole un unico mondo ridotto a mercato, senza stati nazionali sovrani che possano limitare l’economia.

La sinistra, anziché valorizzare gli stati nazionali e la lotta contro l’economia, definisce gli stati nazionali fascisti e nazisti, in quanto tali.

La destra del danaro vuole ancora produrre una sorta di globalizzazione senza luoghi e la sinistra l’appoggia in pieno.

Ciò che la destra vuole, la sinistra legittima: questo è il paradosso del nuovo ordine totalitario del capitalismo.

  • Ho trovato molto singolare che, durante il cosiddetto lockdown, molte persone si siano ritrovate a cantare Bella Ciao, ma non per strada, sul balcone! Qualcosa del genere è successo anche per la Festa dei Lavoratori. In pratica, molte persone che credono di riconoscersi nei valori della Libertà e della Resistenza hanno, poi, sposato la linea dell’obbedienza totale al capo. Come mai è avvenuto tutto questo?

D.F.     Si, il cantare Bella Ciao, nel lockdown, dietro le sbarre dei propri balconi o inneggiare, come accaduto, ai droni, alla tracciabilità e alla delazione è un vero e proprio rovesciamento dialettico.

Per dirla con Hegel, come la virtù illuministica si capovolge nel terrore giacobino, cosi la società aperta si capovolge in lockdown.

E Bella Ciao si capovolge nell’elogio dell’esercito nelle strade, e della delazione.

Nihil novi sub sole: sono le avventure o le disavventure, se si preferisce, della dialettica.

  • In questi mesi, un governo, diciamo così, tendente a sinistra, tramite l’artificio dello stato di emergenza permanente – che molto ricorda la guerra permanente di orwelliana memoria – ha giustificato l’azzeramento di libertà costituzionali conquistate in anni di lotte sociali. Qual è la sua opinione in merito? Cosa ci aspetta ancora nei prossimi mesi?

D.F.     Eh sì, è proprio così: la tesi che sostengo, e che concorda in parte con quelle di Agamben, è che il nuovo principio della società sia il distanziamento sociale, che impedisce, o limita fortemente, ogni relazione, ogni contestazione, ogni luogo pubblico: con il lockdown, lo limita totalmente. Si tratta di una razionalità politica, che, in questo modo, impedisce in partenza ogni contestazione del capitale.

È una svolta autoritaria in seno al capitale, a mio giudizio, che usa l’emergenza del virus per costruirci sopra una razionalità politica di tipo autoritario e repressivo.

Forse il capitalismo stava iniziando a perdere il suo consenso, e, quando la classe dominante ha il dominio, ma non il consenso, Gramsci docet, usa il manganello, la violenza: in questo caso, utilizza le norme emergenziali. Per garantire la sicurezza, bisogna rinunziare alla Costituzione e alla libertà. 

Più durerà l’emergenza, più si rinunzierà a Costituzione e libertà e l’eccezione diventerà quella che oggi già chiamano la nuova normalità.

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