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Venezuela, un’agonia senza fine

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
Venezuela, un’agonia senza fine

Da alcuni anni assistiamo ad una delle peggiori crisi umanitarie del dopoguerra. Eppure, non sono in molti, dalle nostre parti, a prestare attenzione a quel che accade in Venezuela. Lo scorso 6 dicembre i venezuelani si sono trascinati alle urne per le elezioni parlamentari. Si è trattato, a detta della maggior parte degli analisti, di elezioni concepite per consolidare il potere del leader dispotico Nicolas Maduro («Chi non vota, non mangia», ha minacciato il suo braccio destro, Diosdado Cabello).

Le cose sono andate come dovevano andare: Maduro ha rinsaldato il proprio potere politico, garantendosi un controllo più forte sul Parlamento di Caracas; e come previsto, le elezioni sono state caratterizzate dal boicottaggio dell’opposizione, con una astensione che ha sfiorato il 70 per cento, dall’assenza degli osservatori internazionali e dal trionfo del partito chavista guidato dal presidente venezuelano. Non per caso, i ministri degli esteri dell’Unione europea «hanno concordato in modo unanime» che le elezioni venezuelane «non hanno rispettato gli standard internazionali minimi per un processo credibile per mobilitare il popolo venezuelano a partecipare».

 

Questa settimana si è chiesto ai venezuelani di votare di nuovo, questa volta in un referendum online sulla legittimità del voto del 6 dicembre, organizzato dall’altro «presidente» del paese, Juan Guaidó, considerato il leader de iure del paese sudamericano dall’Unione europea, dal Regno Unito, dal Canada e dalla maggior parte dell’America latina. Questa volta però Guaidó non è riuscito a mobilitare di nuovo massicciamente l’opposizione come nel 2019. L’opposizione si è attribuita un trionfo «storico». Gli organizzatori hanno assicurato che alla consultazione hanno partecipato sei milioni e mezzo di persone circa, ma, come riporta Le Monde, secondo i giornalisti della Agence France-Presse (AFP) la partecipazione è stata piuttosto scarsa.

 

La verità è che sia la consultazione convocata da Guaidó, sia le elezioni legislative organizzate da Maduro, hanno registrato un livello elevato di astensione. Il politologo Jesus Castillo Molleda ha detto a Le Monde che «le due parti hanno smarrito la strada e non sono più connesse con i problemi della gente»; invece, per l’analista Rafael Alvarez Loscher, «l’opposizione non ha saputo canalizzare il malcontento, perché non è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi, e questo ha demoralizzato le persone». «Anche se sono contro Maduro, pochi vedono la necessità di associare il loro nome a qualcosa che non ha alcun effetto giuridico o politico», ha aggiunto.

 

Guaidó era ritenuto una figura che dava bene a sperare per il futuro della democrazia in Venezuela – ha ricordato Stefano Pozzebon per la CNN – ed ha ricevuto perfino una standing ovation nel corso del discorso sullo Stato dell’Unione di Trump, ma i consensi globali non lo hanno aiutato a strappare a Maduro il controllo reale del paese. E l’anno prossimo il nuovo presidente americano, Joe Biden, avrà a che fare con un Venezuela controllato ancora più saldamente dall’uomo che aveva definito «un dittatore, puro e semplice». Anche perché il voto del 6 dicembre garantirà a Maduro una presa più salda su quella che, una volta, era una assemblea legislativa indipendente, rendendogli più facile sottoscrivere nuove intese con alleati come Cuba, la Cina e la Russia.

 

Il Venezuela di Maduro è un paese sofferente. Ma gli esperti sconsigliano di nutrire soverchie speranze. Pozzebon riporta la dichiarazione (alla CNN) di Luis Vicente Leon, un analista politico di Caracas: «L’idea che tutto ciò sia insopportabile e debba collassare è una stupidaggine. Guardate Cuba, la Corea, Lo Zimbabwe. Può continuare a lungo, e quelli che se la passano peggio possono andarsene, il che favorisce il governo una volta di più». Francisco Rodriguez, un economista venezuelano direttore e fondatore della Fondazione Oil for Venezuela, è della stessa opinione e in un saggio su Foreign Affairs scrive: «Entro la fine dell’anno 2020, il reddito pro capite del Venezuela si sarà ridotto a meno di un terzo dalla morte del presidente Chavez nel 2013. Questa contrazione, equivalente a tre Grandi Depressioni, è la più grande registrata nella storia dell’economia latinoamericana e una delle dieci più grandi del mondo. Più di cinque milioni di persone, circa un sesto della popolazione, hanno lasciato il paese, e la povertà è triplicata. Raramente un paese ha sofferto il deteriorarsi così rapido del livello di vita senza attraversare una guerra».

 

Ciononostante, il leader autoritario del Venezuela conserva il proprio posto a Miraflores. Il fatto è, spiega l’economista, che per mantenersi in sella, Maduro ha tratto beneficio delle azioni di un complice involontario: gli Stati Uniti. Il leader venezuelano può imputare (a ragione) a Washington l’aggravarsi della crisi economica del Paese con le sanzioni che l’amministrazione del presidente americano Trump ha imposto al paese. L’ombra del nemico esterno ha aiutato Maduro a cementare i militari attorno alla sua leadership, mentre la gravità della crisi economica ha aumentato proprio il potere dello Stato sui venezuelani. Secondo Rodriguez, i policymaker americani devono prendere atto che hanno reso più facile la vita proprio a Maduro.

 

Del resto, spiega Rodriguez, che, in queste condizioni, Maduro abbia potuto rafforzare la sua presa sul potere non dovrebbe sorprendere: «Come hanno argomentato David Cohen e Zoe Weinberg su Foreign Affairs l’anno scorso, le sanzioni possono essere efficaci per persuadere alcuni governi a modificare la loro condotta, ma sono del tutto inefficaci per ottenere che i governi autoritari rinuncino al potere. In ogni caso, posso avere l’effetto opposto: le sanzioni convincono i tiranni che non hanno una via d’uscita e riducono le possibilità di una transizione negoziata». Insomma, in genere, nelle democrazie funzionanti, le crisi economiche portano i cittadini a votare contro i partiti al governo per estrometterli dal potere. I regimi autoritari, al contrario, quando la gente diventa più povera, il più delle volte estendono il loro potere sulla società. In altre parole, «comprare l’obbedienza della gente è più a buon mercato quando la gente è disperata».

 

Messe così le cose, una soluzione politica in Venezuela è improbabile. Perciò la politica americana verso il Venezuela  deve essere rivista. «Estromettere dal potere un governo autoritario è difficile – conclude Rodriguez -, ed è più probabile che abbiano successo le dinamiche politiche locali che la pressione esterna. Gli Stati Uniti in realtà hanno fatto pagare ai venezuelani le atrocità di Maduro. Continuare a farlo non conquisterà né i loro cuori né le loro menti. Al contrario, finirà, una volta di più, per proteggere il regime dai suoi abusi e dai suoi fallimenti».

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