L'intervista
Boom di licenziamenti negli USA, colpa dell’IA? Floridi: “Fenomeno fisiologico, niente paure inutili”
Filosofo tra i più autorevoli nel dibattito internazionale sui temi del digitale, Luciano Floridi è professore a Yale e direttore del Digital Ethics Center dell’Università americana tra le più prestigiose. Ha appena pubblicato “La differenza fondamentale”, che ridefinisce l’intelligenza artificiale e ciò che accadrà quando sarà a tutti gli effetti una “commodity”.
Negli Stati Uniti i licenziamenti sono cresciuti del 183% su mese e del 175% su anno. L’impennata può essere spiegata solo con un’ondata di surrogazione delle attività umane con l’AI?
«Stiamo attenti alle semplificazioni. Si continua a raccontare che “l’AI ruba il lavoro”, ma i dati non lo confermano. Si parla di un’onda di licenziamenti e si cita il fatto che Amazon, per esempio, ha licenziato 14mila persone ma si tratta di meno dell’1% dei dipendenti. Le grandi aziende americane stanno ancora riassorbendo la crescita esplosiva del periodo Covid. È fisiologico. Il fenomeno non è un taglio netto di occupazione, ma un aggiustamento».
C’è chi parla di “disoccupazione tecnologica”. L’AI sta ridisegnando la struttura del lavoro?
«Gli studi più credibili non parlano di sottrazione di posti di lavoro, quanto di trasformazione delle competenze richieste, che sta accelerando. Oggi uno studente che si laurea incontra un mercato del lavoro molto diverso da quello di quattro anni fa. Perciò la formazione deve concentrarsi sui fondamentali, non sul rincorrere l’ultimo linguaggio di programmazione. L’università non deve aggiornarsi al ritmo delle piattaforme private, ma creare la capacità di comprendere, adattarsi e imparare».
L’Europa sta investendo nella regolamentazione dell’AI. È la strada giusta?
«Sì, ma da sola non basta. L’Europa è brava a regolamentare, meno a unificare le politiche industriali. Serve una visione federale. Abbiamo costruito un apparato legislativo – giustamente – ma senza la “gamba” economica e politica rischiamo di essere zoppi. Non possiamo pensare di competere globalmente solo con le regole. Ci vuole una strategia di investimento comune, europea, non 27 strategie nazionali. E quindi un federalismo all’europea, non copiato da altri».
Distingue tra intelligenza e “agency”: l’AI non è intelligente, ma agente.
«Queste tecnologie agiscono senza comprendere. Non hanno coscienza, emozioni, intenzioni, né la minima scintilla di intelligenza nel senso biologico del termine. Sono strumenti potentissimi di azione, non di comprensione. È un errore pensare che “capiscano” o che stiano diventando consapevoli. Questa distinzione è fondamentale per evitare illusioni, paure inutili. L’AI è straordinaria, ma non è un cervello pensante: è un motore statistico».
Se l’AI agisce ma non capisce, il pensiero umano rimane centrale.
«Resta tutto ciò che ha a che fare con la progettazione, la responsabilità, la comprensione, il senso. L’AI può eseguire, ma non capisce che cosa fa o perché lo fa. Sembra ridicolo doverlo ricordare. L’etica, la politica, la scelta dei fini restano profondamente umane. Dobbiamo smettere di trattare queste macchine come “cervelli”: sono sistemi potenti, che richiedono guida, controllo, scopi chiari. È su questi temi, anche in rapporto alla regolamentazione, che lavoriamo a Yale».
A Milano, il 19 e 20 novembre, si tiene Orbits, appuntamento dedicato al capitale semantico. Di cosa si tratta?
«È un evento per confrontarsi, ideato da Manuela Ronchi. La prima giornata sarà dedicata alle imprese, la seconda coinvolgerà 800 studenti e 200 insegnanti da tutta Italia. Il tema è la capacità di dare signifi cato e valore alle informazioni. Con l’AI, l’asimmetria informativa è superata: il valore non è più nell’informazione, ma nel signifi cato che riusciamo a dargli. Perché l’informazione può essere immediatamente reperita e organizzata da qualsiasi sistema intelligente, mentre il capitale semantico è ciò che distingue chi sa interpretare».
Un esempio?
«Un sistema di AI applicato alla finanza può ottenere senza difficoltà informazioni oggettive su qualsiasi azienda. Ma per decidere se investire nell’una o nell’altra devo ricorrere al mio patrimonio di sensibilità, alla mia cultura, alla mia predisposizione al rischio, alle mie preferenze etiche, alla mia esperienza e visione del mondo, a ciò che so e che desidero avvenga. Tutti elementi del mio capitale semantico».
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