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Clan Moccia, così il PM condiziona le scelte di un giudice. La pressione dell’accusa e il caso della scarcerazione
Sento che il dottor Davigo avrebbe paventato la possibilità che un PM a carriere separate si farebbe forse tentare dall’idea di intimidire il giudice che assolve troppo spesso, sottoponendolo magari a indagini patrimoniali. È solo una boutade, immagino, ma allarma l’idea sottintesa, che quello stesso PM si astenga oggi da atti intimidatori solo perché il giudice è un suo collega, fa parte della stessa “famiglia”.
Tralasciando però le fantasiose suggestioni della “hasbara” correntizia dell’ANM, sappiamo tutti che, già oggi, quello che con felice espressione suole chiamarsi il circuito mediatico-giudiziario è perfettamente in grado di esercitare pressioni straordinarie sui giudici. Val la pena di raccontare qui il caso recente della scarcerazione per decorso dei termini finali di fase di alcuni imputati napoletani accusati di far parte del clan Moccia.
Era la fine di luglio e la cosa ha fatto scandalo, eppure era una scarcerazione annunciata, chiarissima essendo la insuperabilità del termine di 3 anni alla luce della costante giurisprudenza della Corte di Cassazione e di non poche decisioni della Corte Costituzionale. Sarebbe stato piuttosto necessario pensarci prima, quando è stato disposto il rinvio a giudizio di fronte a un giudice incompetente o quando, nel corso del processo, l’accusa ha tenuto impegnato il Tribunale circa un anno e mezzo per l’esame di un solo teste. La difesa, dal canto suo, ha contribuito a ridurre drasticamente i tempi, prestando il consenso all’acquisizione di circa 15.000 pagine degli interrogatori di 30 collaboratori di giustizia. Una scarcerazione annunciata, dunque, subito trasformata in “scandalo” da certi commentatori di provata sensibilità verso le Procure, alcuni dei quali hanno perfino lasciato intendere che potesse essere il frutto di abili manovre dei soliti avvocati – degli unici, cioè, che avevano invece concretamente aiutato a ridurre i tempi.
Lo “scandalo” è stato coperto largamente dai media, producendo conseguenze stupefacenti. L’appello del PM contro la decisione di scarcerazione è stato fulmineamente fissato dal Tribunale del riesame in pieno periodo ferragostano (una “prima” di cui non si ricordano precedenti). Dopo (e nonostante) la conferma della scarcerazione da parte del riesame, il Presidente facente funzioni del Tribunale ha emesso un provvedimento che “blindava” (secondo l’espressione giornalistica usata nell’occasione) l’unico collegio che aveva condiviso la tesi della Procura in tema di scadenza termini, onde consentirgli di concludere il processo “ineludibilmente” per la fine di novembre, al termine cioè della applicazione dei suoi componenti già trasferiti ad altro incarico. E poi il collegio ha stabilito un calendario di udienze straordinariamente accelerato, per lo più di 4 alla settimana, che giunge a prevedere l’esame di ben 40 testimoni in una sola udienza e restringe il tempo stabilito per la prova a discarico a meno di un quarto rispetto a quello riservato alla prova a carico. Un’altra “prima” assoluta di cui non si ricordano precedenti in un processo a piede libero.
Ma ciò che più conta è che una simile accelerazione impedisce ai difensori qualsiasi seria preparazione, il giorno prima per il giorno dopo, delle domande relative al testimoniale programmato, a differenza del lasso più che ragionevole altrimenti accordato al PM. Impedisce perfino di alternarsi coi colleghi di studio per l’evidente impossibilità di disporre del verbale stenotipico nell’immediatezza, negando al difensore “di turno” di avere contezza dei contenuti delle deposizioni dei testi che non ha ascoltato. Insomma, l’avvocato che intenda assolvere con scrupolo al mandato difensivo ha un’unica possibilità, quella di rinunciare a tutti i pregressi e concomitanti impegni professionali. Dovrebbe letteralmente chiudere lo studio per 3 mesi interi.
Ma c’è qualcosa nel provvedimento adottato che inquieta più di qualsiasi altra. Cosa vuol dire, infatti, che il processo deve chiudersi “ineludibilmente” per la fine di novembre? Significa che il collegio dovrà rigettare tutte le richieste di integrazione probatoria, anche indispensabili, che sposterebbero in avanti la conclusione del dibattimento? Significa il contingentamento delle conclusioni difensive? Significa che imputati e difensori dovranno mantenersi in buona salute altrimenti il processo andrà avanti senza di loro? E l’inquietudine si accresce alla luce dei successivi provvedimenti del Tribunale. Per esempio quello, del 29 settembre, di tagliare le liste della difesa di oltre 90 testimoni già in precedenza autorizzati. Autorizzati quando? Tre anni prima, quando ancora non era stato fissato un termine “ineludibile” per la conclusione del processo. Se poi vogliamo chiederci che cosa abbia provocato tutto questo scompiglio, personalmente non riesco a trovare argomenti per smentire il sospetto di alcuni colleghi che considerano tali disposizioni come il risultato del lento lavorio (dello “scandalo” montato) degli opinionisti più giustizialisti.
Tutto questo conferma a mio parere, anche a prescindere dal caso concreto, che la tutela del diritto di difesa non va disgiunta da quella della indipendenza del Giudice. Indipendenza da ogni interferenza, non solo dell’esecutivo, ma anche di un PM (a carriere separate o unitarie) che è comunque potentissimo e che, a differenza del Giudice che è solo, è organizzato in una rete di uffici gerarchici collegati. E va protetto anche dagli scandali mediatici che possono condizionarne le decisioni.
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