Il 24 marzo 2026, il giorno dopo aver vinto il referendum con il 53,7% dei voti, il segretario generale dell’ANM Rocco Maruotti ha dichiarato: «L’ANM non è un attore politico». Ci siamo fermati su questa frase. Poi abbiamo aperto il dizionario.

I complimenti, intanto, sono doverosi. L’ANM ha condotto una campagna di straordinaria efficacia: ha mobilitato i magistrati, ha occupato il dibattito pubblico, ha influenzato in modo determinante l’esito del voto. Una vittoria politica di prim’ordine. Come tale va riconosciuta, senza ipocrisie. Il problema è che il dizionario non collabora con la tesi di Maruotti. Il De Mauro è lapidario: fare politica è «l’attività di chi prende parte alla vita pubblica». E la Treccani definisce il movimento politico — che, a differenza del partito, non è affatto tenuto a presentare candidati alle elezioni — come associazione con struttura organizzativa stabile, ideologia comune e obiettivo di realizzare un programma attraverso la partecipazione alla vita pubblica. Applicare questa definizione all’ANM di questi mesi è un esercizio quasi imbarazzante: tutto converge, tutto calza. Anche Maruotti si smentisce da solo: ammettere di aver «evitato una contrapposizione frontale» significa già riconoscere che la contrapposizione c’era.

Lo statuto dell’ANM stabilisce che l’associazione è «senza carattere politico». Una clausola di un’altra epoca, oggi priva della credibilità di un ombrello in un uragano. La conseguenza è una sola: modificate lo statuto. Siete un movimento politico nel senso pieno del termine. È una posizione dignitosa — non ha bisogno di maschere. Con il riconoscimento vengono le conseguenze pratiche, che sono semplicemente le regole che valgono per tutti. Un comitato per il No non si organizza nei corridoi dei tribunali: ogni soggetto politico ha una sede propria, paga un affitto, esiste nello spazio civile come qualsiasi altra associazione. I finanziamenti della campagna referendaria vanno dichiarati con trasparenza — chi ha pagato i manifesti, le iniziative, i dibattiti pubblici? Non c’è nulla di male nel dirlo. I partiti lo fanno, i movimenti lo fanno, i comitati elettorali lo fanno. La Costituzione non conosce cittadini di serie A e di serie B: tutti sono uguali davanti alla legge, magistrati compresi.

Ma c’è di più. Se l’ANM tende la mano — e Maruotti lo ha fatto, annunciando disponibilità al dialogo — ci aspettiamo che quella mano venga tesa anche nella direzione opposta. Gli avvocati che hanno fatto campagna per il Sì, i magistrati che si sono espressi a favore della riforma in una dialettica democratica assolutamente legittima: nessuno di loro deve temere ritorsioni. Né nei corridoi dei tribunali, né nelle aule, né nelle relazioni quotidiane con la magistratura. La prova del nove della maturità politica non è vincere: è proteggere chi ha perso. Un soggetto politico adulto lo sa. La magistratura ha al suo interno voci con cui il garantismo liberaldemocratico vuole davvero confrontarsi. Il presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha partecipato al dibattito con raffinatezza intellettuale e garbo istituzionale che rendono onore alla toga. Il dottor Santi Bologna, GIP a Caltanissetta, ha argomentato con lucidità giuridica autentica.

Il procuratore aggiunto di Caltanissetta, dottor Pacifico, è interlocutore serio con cui un confronto è non solo possibile, ma auspicabile. Con loro si può costruire un patto per la giustizia — partendo dai problemi reali: la durata irragionevole dei processi, le garanzie del giusto processo, i diritti dell’imputato. Attraverso la diversità di vedute, non nonostante essa. Altri si sono limitati a ripetere la lezioncina. Ma non è di loro che vogliamo parlare oggi. La mano è tesa. La condizione è una sola: parliamoci da adulti, senza fingere di essere quello che non si è. Il garantismo liberaldemocratico non ha paura del confronto con la magistratura associata — anzi lo cerca. Pretende soltanto che avvenga alla luce del sole, con le stesse regole per tutti. Benvenuta, ANM, nel mondo della politica.

Avatar photo