«Non so se sarò io la candidata sindaca, ma mi piacerebbe». Con questa frase la vicesindaca Anna Scavuzzo ha rotto il ghiaccio: è la prima autocandidatura ufficiale per il dopo-Sala. Majorino scalda i motori e invoca le primarie, Calabresi riflette, nel Pd circolano i nomi di Conte, Quartapelle e Buscemi. Il giovane rampante esponete della sinistra dem Lorenzo Pacini è entrato nel gioco coniando il motto “primarie o barbarie”, mentre i centristi di Azione avvertono che con il M5S nella coalizione loro usciranno. È partita la giostra dei nomi, ma c’è ancora da interrogarsi su dove si voglia andare.

Eppure Milano, oggi più che mai, avrebbe bisogno del contrario. Sa benissimo cosa è diventata — una macchina da investimenti, un brand globale, una calamita per capitali — ma fatica a riconoscersi in quello specchio. È la città che ha inventato il “modello Milano” e ora si ritrova a fare i conti con gli equilibri: il costo della casa che espelle i ceti medi, un tessuto sociale che si sfilaccia, periferie che guardano il centro come un pianeta alieno. «Serve più regia pubblica?», si chiede Mauro Mercatanti, tra i promotori di “Hey Milano, dove andiamo?”, un percorso di riflessione collettiva che parte sabato 17 gennaio dal Circolo Caldara di via De Amicis. «E se sì, a sostegno di quale visione?». Domande che sembrano ovvie, ma che nel dibattito cittadino restano curiosamente eluse.

Il nodo è politico prima che urbanistico. Milano ha costruito il suo dinamismo su un patto implicito: lasciar fare al mercato, accompagnarlo, facilitarlo. Ha funzionato, per molti versi. Ma quel patto oggi mostra i suoi limiti. «Come si può rimanere attrattivi nei confronti dei capitali senza farsi soffocare dalla loro pervasività?», è la domanda che Mercatanti pone come centrale. È la quadratura del cerchio che nessuno ha ancora trovato. C’è poi la questione delle questioni: la dimensione metropolitana. Milano amministrativamente finisce dove iniziano Sesto, Monza, Rho. Ma la città reale — quella dei pendolari, delle filiere produttive, dei flussi abitativi — tracima quei confini. «Come si costruisce una sempre più indispensabile dimensione politica e amministrativa metropolitana?». Pensare Milano senza pensare l’area vasta è ormai un esercizio di finzione.L’iniziativa del Caldara ha un merito: mettere i contenuti prima dei nomi. «I consueti concorsi di bellezza di questa o quella candidatura con i relativi balletti» possono attendere, sostiene Mercatanti.

Prima vengono le domande di fondo: che città vogliamo? Per chi? Governata come? «Non può e non deve essere in piena continuità con l’attuale giunta», dice dell’indirizzo da costruire. Ma aggiunge subito: «Nemmeno può permettersi di dilapidare un capitale che in molti riconoscono alla città». È la sintesi di un riformismo che cerca la sua strada: né restaurazione né rivoluzione, ma discontinuità pensata. Milano, in fondo, è sempre stata questo: un luogo dove il cambiamento si negozia, si costruisce, si sperimenta.