Le sanzioni ai coloni fanno discutere la politica italiana. Da un lato Meloni non firma la dichiarazione congiunta per sanzionare il commercio legato agli insediamenti illegali in Cisgiordania, dall’altro l’opposizione attacca. M5S e Avs si uniscono al sit-in che si è svolto ieri mattina davanti alla Camera per protestare contro il ddl antisemitismo, all’interno del quale i cori recitavano: «Viva Hamas, Hezbollah, gloria eterna a Nasrallah».

Riavvolgendo il nastro, dodici Paesi hanno firmato uno statement in cui sanzionano i coloni, cioè gli israeliani che abitano in comunità e insediamenti «costruiti nei territori palestinesi occupati a partire dalla guerra del 1967». Promotore di questa iniziativa è stato il Regno Unito, a cui si sono uniti Francia, Canada, Spagna, Irlanda, Portogallo, Polonia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia e Islanda. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, interpellato sul tema, dichiara: «Io sono sempre per le decisioni che vengono dall’Unione europea, anche in materia commerciale, altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno. Gli inglesi non fanno parte dell’Unione europea». E ribadisce: «È una scelta loro, però le decisioni devono essere sempre prese a livello europeo». Dichiarazione, questa, a cui risponde con toni forti Danilo Della Valle, eurodeputato del M5S: «Il governo Meloni conferma ancora una volta tutta la sua ignavia e il suo complice fiancheggiamento dei crimini commessi da Israele in Cisgiordania». Secondo Della Valle, «Meloni, Salvini e Tajani preferiscono voltarsi dall’altra parte, ignorando sia il diritto internazionale sia i più elementari diritti umani. Una sola parola: vergogna».

«Rivolgiamo al governo una forte richiesta di fare come stanno facendo gli altri Paesi perché credo che sia veramente grave che oggi l’esecutivo abbia deciso di mancare anche a questa iniziativa», commenta la segretaria dem Elly Schlein. Ieri, infatti, i maggiori azionisti del campo largo in commissione Esteri della Camera hanno chiesto la calendarizzazione della «proposta di legge unitaria sul divieto di importazione e pubblicità di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel territorio palestinese occupato». Giuseppe Conte ritiene l’Italia un «osservatore silenzioso» e si accoda alle critiche dei colleghi. Nicola Fratoianni ci va ancora più pesante: «Netanyahu sapeva del 7 ottobre e decise di non far nulla: questo emerge dall’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz. Era stato avvertito dall’emiro degli Emirati Arabi Uniti ma ha evidentemente lasciato fare, per un calcolo cinico e disumano». Prima di commentare le dichiarazioni del campo largo, Luigi Marattin (Pld) pone una domanda ad Avs e M5S, che erano presenti alla protesta contro il ddl antisemitismo: «I due partiti del campo largo che sono scesi in piazza condividono gli slogan?».

Torniamo alle dichiarazioni. Emirati e Israele condividono l’intelligence, ma la telefonata tra i due leader è contestabile: affermare che «Netanyahu sapeva del 7 ottobre» è già una semplificazione, dal momento che Haaretz ha riportato un’accusa. Senza contare il fatto che «era stato avvertito» non equivale a «sapeva che sarebbe avvenuto il 7 ottobre», dal momento che i fatti parlano di «grande operazione» e non di strage di civili. Il consiglio che si dà all’onorevole Fratoianni è di prestare attenzione a non trasformare un’inchiesta giornalistica in una prova di ciò che l’inchiesta non dimostra. Quanto alla politica estera, gli Stati Uniti non hanno detto né bene né male e l’Italia ha condannato le violenze. Però ora che c’è Trump la posizione degli Usa pare non tirare più. L’Italia ha una forte connessione con i Servizi segreti americani e israeliani, e se Meloni decide di non aderire alle sanzioni avrà le sue ragioni. Ciò che preoccupa è la sicurezza nelle affermazioni del campo largo, fossero almeno d’accordo fra loro sulla politica estera. Insomma, una posizione unitaria in foreign policy va bene solo se a prenderla è il campo largo. Eddai.