"Investire in ricerca e sviluppo del nucleare di nuova generazione"
Crescita zero, caro energia e transizione a rilento. Turco (M5S) boccia i decreti: “Non rispondo ai problemi reali di imprese e cittadini”
Il vicepresidente del Movimento 5 Stelle critica l’impostazione del governo su Dl fiscale, bollette, Transizione 5.0: “Necessari investimenti, salari più alti, riconversione industriale e una strategia energetica fondata su rinnovabili, ricerca e autonomia”
«Senza una politica industriale il Paese non riparte», Mario Turco, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, lega i principali dossier economici di queste settimane a una stessa diagnosi: crescita azzerata, industria in caduta libera, transizione energetica incompiuta e assenza di una strategia di lungo periodo. Dal Dl fiscale al Dl Bollette, dal nodo dell’ex Ilva al futuro di acciaio e automotive, il punto politico ed economico resta, a suo giudizio, uno solo: rimettere investimenti, innovazione, pressione fiscale, inflazione e tutela sociale al centro della politica economica».
Sul Dl fiscale cosa non vi convince e qual è la vostra proposta?
«Il decreto fiscale, come molti provvedimenti del governo Meloni, nasce per mettere toppe a problemi creati dallo stesso esecutivo. Si rinvia la tassa sui pacchi extra-Ue, che ha già prodotto danni alla logistica, e si interviene su Transizione 5.0 cancellando la clausola del “made in EU” per gli investimenti, per rimediare ad errori di valutazione del Ministro Urso. Ma il punto è più ampio: Transizione 5.0 resta sbagliato nell’impostazione, perché l’iperammortamento è più adatto alle grandi imprese che alle Pmi, che invece preferiscono strumenti come i crediti d’imposta. Il risultato è che, dopo i problemi della prima versione di Transizione 5.0, la misura continua a non essere davvero operativa e bisogna ancora attendere per giugno i nuovi decreti attuativi. Tutto questo mentre arriviamo da tre anni di calo della produzione industriale e da una crescita dello zero virgola, che ci porta ad essere ultimi in Europa. Per questo riteniamo che il decreto non risponda ai problemi reali di imprese e cittadini anche perché non riduce la pressione fiscale aumentata ulteriormente ad oltre il 43%. Un vero record negativo del governo Meloni».
Passiamo al Dl Bollette. Perché non ne condividete l’impostazione?
«Perché riduce il contributo straordinario destinato alle famiglie vulnerabili e perché si basa, a nostro giudizio, su una scommessa che il governo ha perso, cioè quella di scaricare sulle dinamiche legate all’Ets una parte della risposta al caro energia. Nel frattempo Bruxelles ha respinto l’ipotesi di una sospensione generalizzata del meccanismo. Ma c’è anche un altro tema: questo decreto non affronta davvero il nodo strutturale del costo dell’energia. Si è parlato molto di hub del gas, ma oggi non se ne vede un approdo concreto. L’Italia resta fortemente dipendente dalle fonti fossili e dal gas liquefatto importato, mentre sulle rinnovabili e sulla transizione energetica non vediamo alcun risultato».
Qual è allora la vostra proposta sull’energia?
«Noi immaginiamo un hub dell’energia pulita, non un hub del gas. L’Italia può diventare uno snodo strategico per la produzione e la distribuzione di energia da fonti rinnovabili. La seconda direttrice è il rafforzamento delle comunità energetiche, insieme al ripristino di incentivi per l’efficientamento energetico di edifici e imprese, parametrati all’entità dell’efficientamento energetico raggiunto. Una quota importante delle emissioni arriva dagli edifici e dagli impianti produttivi: aiutare cittadini e imprese a ridurre i consumi significa anche renderli meno esposti al prezzo dell’energia».
E sul nucleare?
«Sul nucleare tradizionale abbiamo sempre espresso contrarietà per ragioni ambientali, di costo e di gestione delle scorie. Diverso è il tema della ricerca sul nucleare di nuova generazione, inclusi i piccoli reattori modulari. Su questo crediamo che l’Italia debba investire nella ricerca, per valutarne con serietà potenzialità e limiti. Oggi, però, il centrodestra fa molta propaganda sul nucleare senza aver ancora risolto neppure il nodo dei siti legati alle scorie del passato».
Avete spesso richiamato anche il tema dell’idrogeno verde.
«Sì, perché lì c’è una prospettiva industriale concreta. Nel Conte II avevamo investito risorse del Pnrr proprio sull’idrogeno verde. Quelle risorse sono state cancellate e così l’Italia ha perso anche la possibilità di agganciarsi meglio ai fondi europei su questo fronte, mentre altri Paesi si stanno muovendo con più decisione e stanno intercedo fondi europei».
Sul fronte carburanti, che cosa serve per evitare nuove impennate di prezzo?
«Il problema è che misure temporanee non bastano se manca una strategia complessiva. Servono risorse per contenere i prezzi, ma anche per orientare una politica industriale vera. Da questo punto di vista, noi indichiamo due direttrici: sospendere e rivedere il patto di stabilità che oggi limita gli investimenti; introdurre una tassazione efficace sugli extraprofitti energetici, bancari e sulle industrie delle armi. Su questo tema non parliamo di un’astrazione: altri Paesi europei hanno già sperimentato strumenti analoghi. E oggi questa proposta è anche raccomandata dalla Commissione europea».
Lei ritiene davvero praticabile la tassa sugli extraprofitti?
«Sì. Ci sono modelli europei già applicati, penso per esempio a Germania, Spagna e Francia. Dal punto di vista tecnico si può costruire un meccanismo fondato sulla media degli utili degli anni precedenti e su un contributo straordinario applicato alla quota eccedente. È una misura che, a nostro giudizio, ha anche un fondamento di responsabilità nazionale».
Veniamo a Transizione 5.0. Il governo alla fine ha raggiunto un accordo con Confindustria.
«Il governo ha gestito la vicenda in modo confuso, grossolano e ridicolo. Oggi si presenta come un successo il fatto di aver trovato risorse per le imprese che avevano fatto affidamento sul piano, ma si tratta di fondi che in larga parte erano già stati stanziati. Nel frattempo, però, le aziende sono state prima illuse e poi penalizzate. E la misura continua a essere bloccata nei fatti. Il punto politico è che manca una strategia industriale organica: senza quella, non bastano gli annunci né i correttivi dell’ultimo minuto. Le risorse restano comunque insufficienti a rilanciare l’industria italiana».
Lei si è occupato a lungo di Zes. Che cosa non ha funzionato nella Zes unica del Mezzogiorno?
«Lo strumento delle Zes aveva una finalità precisa: attrarre investimenti e rafforzare retroportualità, logistica e sistema produttivo del Sud, colpiti a forti crisi industriali. Estendere tutto a un perimetro molto più ampio, a parità di risorse, riducendo di fatto l’agevolazione riconosciuta, ne ha ridotto l’efficacia. Il rischio è che si favoriscano solo i territori già sviluppati, mentre si indebolisce il sostegno alle aree realmente più fragili e alle Pmi».
Veniamo alla “sua” Taranto. Come uscire dall’impasse dell’ex Ilva?
«Taranto oggi è in una condizione di grande sofferenza industriale e sociale. Il punto è che non si può continuare a rinviare una soluzione obbligata. Serve una riconversione industriale seria, con la chiusura progressiva delle fonti più inquinanti, investimenti nella siderurgia green a idrogeno verde e una strategia più ampia di rilancio economico, sociale e culturale del territorio. Taranto non può restare sospesa tra emergenza ambientale, cassa integrazione e assenza di prospettive. Nel Conte II avevamo avviato tutto questo, ma il governo Meloni ha fermato tutto, definanziando anche importanti progetti, come la realizzazione di forni elettrici, l’insediamento Ferretti, Renexia, etc.».
Qual è la postura di politica estera del Movimento 5 Stelle in questo scenario caratterizzato da forti tensioni e scontri?
«Per noi il punto centrale è il ripristino del diritto internazionale come principio guida. Questo vale per tutti i teatri di crisi. L’Italia deve recuperare una capacità diplomatica autonoma e credibile. Quanto alle relazioni internazionali, il dialogo è legittimo e necessario, ma deve avvenire senza subalternità. L’interesse nazionale si difende con una postura chiara, non con l’appiattimento e il servilismo meloniano».
Come va letto in quest’ottica l’incontro del presidente Conte con Zampolli?
«L’incontro con Zampolli è un riconoscimento della postura internazionale del Presidente Conte. È legittimo accettare un incontro da parte di un ex presidente del Consiglio, senza che questo significhi subalternità. La linea del Movimento 5 Stelle resta chiara: difesa del diritto internazionale, anche quando significa dire agli alleati che hanno sbagliato, e tutela della sovranità nazionale. Un approccio che, a nostro giudizio, è mancato a Giorgia Meloni e al governo, troppo chino alle richieste di Washington, dalla mancata condanna agli attacchi all’Iran, Venezuela, genocidio di Gaza, all’aumento della spesa militare, agli impegni sul gas liquefatto».
E il rapporto con Russia e Cina?
«Noi abbiamo condannato l’invasione russa dell’Ucraina, ma continuiamo a ritenere che la soluzione non possa essere quella militare e di vincere sul campo di guerra. Serve lavorare sul piano diplomatico per una pace giusta. Quanto alla Cina, l’Italia deve saper stare nelle dinamiche commerciali globali senza rinunciare ai propri interessi strategici. Oggi il commercio internazionale è multidimensionale e il nostro Paese non può permettersi di restare ai margini delle rotte più importanti».
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