L'ex ministra rilasciata dopo l'interrogatorio
Dalla parte di Federica Mogherini, il rischio dell’ennesimo caso mediatico
Mentre andiamo in stampa Federica Mogherini, ex Alto rappresentante dell’Ue e oggi rettrice del Collegio d’Europa, si trova in stato di fermo, in Belgio (è stata rilasciata dopo l’interrogatorio perché non è stato ravvisato il pericolo di fuga, ndr) . La misura interdittiva della libertà personale è scattata nell’ambito di un’indagine su presunte irregolarità negli appalti finanziati con fondi europei.
Secondo fonti vicine all’inchiesta, la polizia federale belga avrebbe sequestrato documenti e disposto, nell’insieme, tre fermi con l’ipotesi di frode negli appalti pubblici, corruzione e conflitto di interessi. Lo diciamo subito: noi stiamo dalla parte di Federica Mogherini. E ci stiamo perché, a differenza di altri giornali per i quali l’impianto accusatorio fa il titolo, per noi vale quel che vale. E cioè: pochissimo. Un capo d’accusa è tutto da dimostrare, la civiltà giuridica presuppone l’innocenza fino al terzo grado di giudizio e se valgono i precedenti, Mogherini può stare tranquilla. Le inchieste portate avanti negli ultimi tre anni in Belgio – ricordate la lunga carcerazione preventiva di Eva Kaili? – si sono risolte nella maggior parte dei casi clamorosi in buchi nell’acqua. Casi mediatici, certo. Ma fallimentari.
Ci sono però ragioni più profonde per cui oggi non possiamo non esprimere un moto di simpatia verso Mogherini. Perché l’ex dirigente della Fgci e della Sinistra Giovanile, cresciuta a pane, Gramsci e Napolitano, è oggi un’apolide della politica. Nel Pd che l’aveva promossa a massima autorità della politica internazionale europea, Mogherini è oggi misconosciuta. Non risultano suoi contatti di alcun tipo con Elly Schlein e con la segreteria del Nazareno. Apprezzata da Massimo D’Alema prima, da Enrico Letta poi e infine da Matteo Renzi, Mogherini ha conosciuto un precipitoso tramonto. Ed è stata confinata nella gabbia dorata del Collège d’Europe senza più una interlocuzione politica attiva con il centrosinistra italiano.
Del nuovo campo largo, per capirci, non aveva il numero di telefono. E oggi si ritrova, come si può vedere dalle prime dichiarazioni, bloccata in una terra di nessuno della politica come Tom Hanks nel film The Terminal. Il centrodestra prende le distanze, il centrosinistra non la rivendica. L’Europa non la riconosce, l’Italia non la tutela. Non è l’ennesimo caso di solitudo riformista. La condizione in cui si trova oggi Federica Mogherini, incensurata, innocente, importante testimone dell’europeismo nei suoi anni migliori, è rappresentativa di due crisi, entrambe caratterizzate dall’incapacità di dotarsi di una voce forte: quella della sinistra, incapace di fare squadra e di assicurare una tutela garantista ai suoi dirigenti, e quella dell’Europa smidollata, smemorata, incapace di stabilire regole chiare per il suo funzionamento e di mettere tra i suoi decisori e le manette degli inquirenti un filtro necessario, un indispensabile scudo. Al tintinnar di manette ai polsi di Mogherini, la portavoce del Cremlino ha fatto festa. Già questo fatto, da solo, dovrebbe farci capire da che parte stare.
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