La resa dei Conti
Dalle dimissioni di Gravina al progetto Conte: un clima che conforterebbe Winston Churchill
Il “Triste, solitario y final” si trascina lungo un freddo giovedì primaverile, con la Capitale distratta che si prepara al ponte pre-pasquale. La “vittima” arriva in via Allegri, alla Figc, intorno a mezzogiorno; qualche ora dopo incontra tutte le componenti del consiglio federale. Il destino del presidente Gabriele Gravina infatti è già segnato, soprattutto dopo l’ultima gaffe: “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici”. Nel primo pomeriggio le dimissioni, e la convocazione per le nuove cariche indetta per il 22 giugno. Con lui lascia anche Gianluigi Buffon, capo delegazione della Nazionale. L’ex capitano azzurro annuncia la sua decisione sui social: “Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia era un atto impellente, che mi usciva dal profondo”.
Era già tutto previsto, ammette Fabio Capello, l’iconico ex allenatore del Milan e del Real, che nelle ore scorse si era lasciato andare allo sconforto: “Una vergogna e una tragedia per l’Italia. Pensare che ci saranno 48 Paesi e noi no mi dà grande amarezza”. Il senso di sconforto aumenta con il commento del presidente dell’Associazione italiana allenatori, Renzo Ulivieri: “Un messaggio ai tifosi oggi non ce la facciamo a mandarlo, siamo tristi anche noi, tristi e abbattuti”. Insomma, un clima che conforterebbe Winston Churchill: “Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”.
Da Fratelli d’Italia commenta il presidente della commissione Cultura di Montecitorio, Federico Mollicone: “Si tratta di un atto di responsabilità necessario, che chiude una stagione segnata da criticità gestionali e fallimenti sportivi che non potevano più restare senza conseguenze”. L’esponente di FdI annulla anche l’audizione di Gravina prevista per l’8 aprile in Commissione: “Ma il Parlamento continuerà a essere vigilante da subito, già all’indomani dell’elezione dei nuovi vertici”. Da Forza Italia arriva il plauso della vice responsabile Esteri, Isabella De Monte: “È una notizia che tutti aspettavamo. Si apra adesso una fase nuova, la Nazionale merita una svolta”.
Si associa la Lega con il senatore Roberto Marti: “Ora spazio a una leadership nuova e capace di invertire una rotta che sta danneggiando non solo la squadra azzurra, ma l’intero sistema sportivo e i suoi tifosi”. Il partito di Matteo Salvini poco dopo insiste sui social: “Ricominciando da riforme di buonsenso che proponiamo da tempo, come valorizzazione dei vivai, incentivi all’impiego dei giovani italiani e regole che riequilibrino il sistema, premiando chi investe sul talento nazionale”. Prima gli italiani, almeno sul terreno di gioco, rilancia via Bellerio. Di diverso parere Umberto Calcagno, presidente dell’Assocalciatori: “La nostra non è una guerra allo straniero, non ci appartiene anche culturalmente”. Un esempio? “In Spagna non c’è neanche la regolamentazione degli extracomunitari. Eppure giocano il 60% di spagnoli”.
Il passo indietro del presidente (che era a capo della Figc dal 2018) è il penultimo atto del martedì nero di Zenica, 70 km da Sarajevo, teatro del plateale disastro: la terza eliminazione di seguito dai Mondiali per la Nazionale. L’atto finale è previsto con le prossime dimissioni del ct Rino Gattuso. Per la successione partono favoriti due vecchie glorie di casa: Antonio Conte e Roberto Mancini, a conferma che le porte degli Azzurri non si chiudono mai per sempre. La sconfitta ai rigori con la Bosnia aveva reso inevitabile il repulisti. A caldo era stato il ministro dello Sport, Andrea Abodi, a consigliare la via d’uscita: “È evidente a tutti che il calcio italiano va rifondato e che questo processo debba ripartire da un rinnovamento dei vertici della Figc”.
Quarantotto ore dopo i rigori sbagliati da Esposito e Cristante, parte la rifondazione. La stessa che aveva proposto una leggenda del calcio italiano, Roberto Baggio, nel 2011, con un piano che rimase nei cassetti. Lo diceva un cantore universale come Osvaldo Soriano: “Sono così le storie del calcio, risate e pianti, pene ed esaltazioni”. Stavolta però fa più male del solito.
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