Giustizia
“Debole con i forti e forte con i deboli”, la giustizia del No che non c’azzecca niente
L’importante, per gli oppositori della riforma, è portare a casa il risultato, con ogni mezzo o mezzuccio. Perché l’obiettivo non è l’oggetto del referendum, ma il contrasto al governo
Ci sono mode che quando servono svaniscono. Tante chiacchiere sul “fact checking” negli ultimi anni, ma oggi, che potrebbe essere utile per mettere alla prova gli slogan della campagna referendaria, sembra ridotto a essere un ferro vecchio. Inutilizzabile. Prendiamo a caso due delle frasi proposte accanto al “No” da chi si oppone alla riforma: “Una giustizia debole con i forti e forte con i deboli”, “Per difendere giustizia, costituzione democrazia”. In entrambi i casi le affermazioni sono finalizzate a far votare No. Ma che verità c’è nelle due dichiarazioni? Nessuna.
“Una giustizia debole con i forti e forte con i deboli” è un ritornello evergreen, per tutte le stagioni, ma “che c’azzecca” – come direbbe Di Pietro – con il quesito referendario a proposito della separazione delle carriere dei magistrati? Ma pure l’altro – vota No “per difendere giustizia, costituzione democrazia” – che connessione ha con la modifica dell’articolo 104 della Costituzione, sottoposta al voto degli italiani? Perché la democrazia dovrebbe essere in pericolo? Le regole della propaganda non hanno a che fare con la verità dei fatti, ma con la verità che si costruisce con le parole. “Una bugia ripetuta mille volte, diventa verità”: la frase erroneamente attribuita a Goebbels sintetizza la sostanza di un approccio contemporaneo nei confronti della realtà e delle verità e delle loro continue falsificazioni. L’importante, per gli oppositori della riforma, è portare a casa il risultato, con ogni mezzo o mezzuccio. Perché l’obiettivo non è l’oggetto del referendum, ma il contrasto al Governo Meloni, inossidabile in oltre tre anni e mezzo di vita parlamentare, oggi finalmente aggredibile con l’arrembaggio referendario. Nell’ultimo sondaggio dell’Osservatorio Delphi, pubblicato da Fanpage.it, prima del silenzio elettorale, il “No” è dato in vantaggio, a condizione che a votare vadano in pochi.
Con un’affluenza del 45%, i No batterebbero i Sì, con un distacco di circa quattro punti percentuali. Con l’aumentare del numero dei votanti, crescerebbero le possibilità di vittoria del Sì; al contrario, più l’affluenza si mantiene bassa, maggiori chance avrebbe il No alla riforma. Se alle urne andasse più del 50% i Sì prevarrebbero di almeno il 52%. Insomma, la scarsa partecipazione è sinonimo di scarsa propensione alle riforme? In qualche modo sì. Nella sostanza è difficile considerare che la riforma costituzionale proposta, sulla separazione delle carriere dei magistrati, possa far male al Paese e ai cittadini coinvolti nel girone infernale della Giustizia. Eppure, la questione somiglia a quella del marito che rinuncia alla sua virilità pur di fare un dispetto alla moglie. Quando si muove la pattuglia del consenso orchestrato dalla sinistra è difficile pensare di vincere. Nemmeno quando a promuovere un referendum costituzionale è stato l’ex segretario del Pd, Matteo Renzi, è prevalsa una valutazione della cosa in sé. Ma allora, come oggi, l’obiettivo delle “guardie della rivoluzione italiana” è frenare il potere di chi potrebbe mettere a rischio quello dei rivoluzionari da salotto, quelli a cui va bene così, quelli che non vogliono cambiare nulla, quelli che vivono di rendita nel Belpaese, frenando sempre, bloccando tutto.
Speriamo che quella parte d’Italia – e di italiani – che vuole assaporare le novità, per vivere meglio e più civilmente, si sforzi di lasciare il divano, e osi varcare la soglia dei seggi, anche se per farlo occorre una forza d’animo non comune. Votare costa, in un Paese che si rinchiude nei Palazzi. Speriamo che, come accade alla fine dell’Inno di Mameli, quello senza cambiamenti, secondo il canto orgoglioso e liberatorio dei nostri campioni dello sport si possa ripetere, “Sì”.
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