L’industria europea è in debito di ossigeno. La Bce calcola una crescita media ferma allo 0,2%. Con Italia e Germania in coda. Nonostante questo, Bruxelles sta valutando un aumento delle accise sul gas. Le imprese sono scese quindi sul sentiero di guerra. «Nulla di nuovo, però. Queste accise sull’emissione di CO2 erano attese perché parte del programma molto più ampio di decarbonizzazione dei sistemi energetici. Ovviamente in un momento di debolezza per l’industria europea “i nodi vengono al pettine”», spiega Francesco Sassi, ricercatore in geopolitica dell’energia all’Università di Oslo.

Ma non si poteva scegliere un altro momento?

«Certo che sì. D’altra parte, le leggi europee devono essere implementate prima o poi. Il problema è che l’Ue non riesce a trovare un equilibrio tra decarbonizzazione e produttività. Il Green Deal è una strategia più climatica che energetica, mentre all’Europa occorre quest’ultima. La decarbonizzazione dei sistemi energetici è la componente fondamentale per arrivare alla transizione energetica, senza la quale non ha senso parlare di transizione ecologica. Il problema è che la nostra strategia energetica è anche un affare di strategia geopolitica. Bruxelles non sembra rendersene conto. Mentre non si può dire lo stesso di Stati Uniti e Russia, che sono attori geopolitici con chiare strategie energetiche. Stiamo abbandonando molte delle nostre ambizioni. Siamo sempre meno competitivi degli Stati Uniti e delle economie asiatiche. Mentre al nostro interno, la dipendenza dal gas naturale provoca forti squilibri».

D’altra parte, la chiusura dei rubinetti di Gazprom ha avuto dei contraccolpi.

«In realtà il gas dalla Russia arriva ancora. E così sarà fino al 2027, almeno ufficialmente. Oggi lo fa non solo in Ungheria, attraversando gasdotti turchi, mentre in versione Gnl dagli impianti nell’Artico approda in Spagna, Francia, Belgio e Olanda, e da questi Paesi nel resto del continente».

Nel frattempo, riceviamo gas liquefatto dagli Usa e abbiamo aumentato le forniture da Algeria e Caucaso. Siamo passati dalla dipendenza quasi totale da Mosca ad altri fornitori che comunque potrebbero tenerci per la gola.

«L’Algeria è importante, ma soltanto per pochi Paesi in Europa. L’Italia è certamente uno di questi. Poi viene la Spagna. Per altri mercati meno. Pensiamo all’Europa orientale, del tutto dipendente dal Gnl Usa, dagli alti costi economici e dal forte impatto ambientale».

Sta dicendo che l’Italia è in una posizione favorevole?

«Abbiamo un vantaggio in termini di diversificazione. Possiamo attingere da una geografia molto più ampia».

Il Gnl degli Stati Uniti è uno strumento di ricatto per noi?

«È uno strumento politico. Come lo sono tutte le materie prime critiche per chi le esporta».

Tra le soluzioni in campo c’è il mercato unico del gas. Bloccato però ai tornelli di partenza. Perché?

«I mercati non sono un interruttore che si accende o si spegne, ma un obiettivo a cui tendere. In realtà, il mercato europeo è un mercato che funziona. Pur anche in un’epoca di crisi di fornitura, l’offerta viene scaricata in maniera bilanciata ed equilibrata sui cittadini europei. Questo è un punto positivo. La realtà innegabile però è che ogni Paese dovrebbe costruirsi la propria identità come consumatore energetico».

E allora qual è il motivo della collera delle imprese?

«Le forze produttive devono capire che siamo arrivati a questo punto per errate decisioni politiche del passato. Oggi si discute della dipendenza eccessiva da un fornitore, per esempio la Russia. Domani saranno gli Usa? Al contrario, dovremmo chiederci come abbiamo fatto a diventare così dipendenti dal gas naturale e quanto lo stesso sia una fonte energetica drammaticamente esposta alla geopolitica dell’energia e alle fluttuazioni che non hanno nulla a che fare con i mercati».

L’ultima domanda infatti è proprio sulla finanza e quanto possa alleggerire il peso del ricatto politico.

«La finanza americana investe molto nei mercati energetici europei. Non avviene lo stesso in senso contrario. Siamo culturalmente meno aperti a questo tipo di esposizione. In particolar modo in Italia. Questo deriva anche da una bassissima consapevolezza di quanto l’energia sia una sommatoria tra mercato, finanza e politica. Il presupposto per cui gli hedge fund americani investono nei mercati energetici europei è perché sanno che l’Europa è molto più esposta alle fluttuazioni di mercato globali e che, facendo trading, qui si possono assorbire esternalità che invece sono caratteristiche di altri mercati, magari riforniti internamente da fonti energetiche estratte o raffinate nei confini nazionali. Cosa che avviene sempre meno in Europa».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).