L'Italia del sì
Dopo il referendum, 13 milioni di elettori hanno votato Sì: le riforme da fare con legge ordinaria
Non amo parlare di numeri, perché dietro ognuno c’è una persona con una storia unica, che potrà entrare in un’aula di giustizia. Tuttavia, dopo il referendum, è necessario farlo. Circa 15 milioni di elettori hanno votato no per preservare la costituzione, più che sui temi tecnici realmente posti dal quesito referendario. Ciò è avvenuto anche per l’intervento di molti magistrati, schierati con una parte politica e che si sono opposti ai sostenitori del sì, talvolta con attacchi personali anziché con questioni tecniche. Ritengo doveroso chiedersi quali effetti abbia avuto sull’opinione pubblica e sui rapporti tra poteri dello Stato il ruolo della magistratura come interlocutore politico.
Dal comunicato dell’Associazione nazionale Magistrati post referendum sembra che non si voglia rinunciare a questo ruolo inedito nella scelta delle riforme da intraprendere. Il nuovo ruolo dell’Associazione Nazionale Magistrati ha spinto molti cittadini a chiedersi come si sentiranno se giudicati da magistrati schierati per il no, dopo essersi esposti per il sì. Del resto alcuni hanno persino auspicato che i sostenitori del sì lasciassero la toga, in un evidente parallelismo con la politica: come si chiedono le dimissioni a un politico, le si chiedono in magistratura. Gli stessi magistrati che hanno osteggiato la riforma ora auspicano un dialogo sulla giustizia per promuovere cambiamenti. Sorge quindi spontaneo il quesito: allora perché avete votato no? Ma sarà la storia a rispondere e a mostrare se la magistratura si è posta e si porrà come nuovo soggetto politico, oltre la legittima espressione del pensiero.
Ma il tempo potrebbe anche offrirci un’altra prospettiva incoraggiante: ripartire dalle riforme basandosi sul dialogo democratico tra chi legifera e chi applica le leggi. Un dialogo impossibile se ci sono invasioni di campo da entrambe le parti. Leggi chiare e precise riducono lo spazio per interpretazioni “creative”, garantendo al cittadino di sapere in anticipo cosa è lecito fare, cuore dello stato di diritto. C’è poi un altro problema che è rimasto aperto: quello del correntismo. Attraverso le correnti, che raggruppano noi magistrati sulla base dell’affinità ideologica, vengono espresse opinioni in tutti i temi di politica giudiziaria. Quando chi ha criticato duramente una legge deve applicarla o chi ha attaccato un esponente politico deve giudicarlo, è lecito chiedersi se l’ideologia abbia influenzato il giudizio. Anche se la risposta confidiamo sia negativa, in uno stato di diritto non devono esserci dubbi: il cittadino ha il diritto di sapere con esattezza cosa gli accadrà quando entra nella macchina giudiziaria, a prescindere dalle idee di chi lo giudica. Dovrà trovarsi davanti un giudice che oltre ad essere imparziale, lo appaia.
Davanti a 13 milioni di italiani che hanno votato sì, superando destra e sinistra in nome di principi liberali e garantisti, non bisogna disperdere quanto costruito. C’è un popolo che vuole una giustizia libera da condizionamenti, confini chiari tra chi giudica e chi accusa e procedimenti disciplinari applicati equamente, non come nel caso di Enzo Tortora e della sua famiglia. Questo si può ottenere anche con legge ordinaria, tramite regole professionali più rigorose e basate su criteri meritocratici e oggettivi. Se il pubblico ministero deve essere il miglior difensore dell’indagato, va formato a raccogliere prove a favore di questo e obbligato a considerarle quando prospettate ragionevolmente. In sintesi, servono interventi sul codice di procedura penale e sull’ordinamento giudiziario in chiave garantista, così che chi entra innocente in tribunale ne esca tale. Sì, almeno 13 milioni di italiani lo vogliono, e anche di più: i sostenitori del no, se non vogliono diventare opposizione giudiziaria, non possono ignorare questi interrogativi. La politica non può trascurare questo dato: le riforme della giustizia restano la sfida incompiuta del paese.
© Riproduzione riservata







