Rullo di tamburi. A grande richiesta il senatore a vita Mario Monti, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha annunciato il suo No al referendum, «per la prima volta, lo dichiaro in anticipo» ci ha tenuto a sottolineare. Insomma, per l’ex Presidente del Consiglio col loden, è No. Ce ne faremo una ragione. Sia chiaro, viva la libertà di dire ciò che si vuole, ma in quest’epoca di slogan urlati e versioni semplicistiche, sarebbe forse meglio dare retta alla massima tramandata da Seneca a Sant’Agostino, che a proposito di interpellanze, diceva «di parlare mi sono qualche volta pentito, di tacere mai». Perché naturalmente non è il No – legittimo – a lasciarci di stucco, sono le argomentazioni a farci rimanere basiti.

Monti si dilunga. Nelle prime domande esprime tutto il suo conflitto interiore, la sua indecisione tra il e il No, «i giuristi che stimo sono divisi» e ancora, ricorda il suo posizionamento in Senato – «né della maggioranza né dell’opposizione» – e ribadisce di non voler in alcun modo che il suo voto referendario sia guidato dall’intento di premiare o punire il governo Meloni. Poi l’illuminazione. Dopo lunghe riflessioni, sostiene di aver trovato il criterio trascurato ma di vitale importanza sulla quale basare il suo voto. «Quali effetti avrebbe» la riforma – si interroga da solo – «sullo Stato di diritto, nel momento storico che il mondo sta vivendo?» – per poi giungere alla fatale conclusione – «temo lo indebolirebbe». E così, la separazione delle carriere, che è già in atto in 25 Stati membri dell’UE su 27, mina secondo Monti lo Stato di diritto. Eppure, l’ideale modello europeo – vedi la Carta di Nizza, che sancisce i diritti fondamentali dei cittadini – è il preciso copia-incolla di quello che il governo, con la riforma, propone. Terzietà e indipendenza del giudice in primis. L’Italia, con il Sì, si avvicina al resto dell’Ue, anziché allontanarsi. Ma comprendiamo il rammarico di Monti. Forse, se ce la avesse chiesto espressamente l’Europa, gli sarebbe piaciuta di più.

Andiamo avanti, perché Monti parla di un effetto «indiscutibile» della riforma, ossia quello di «spostare l’equilibrio dei poteri tra l’esecutivo e il giudiziario, a favore del primo». Anche se in toni più dotti, il professore dà fiato alla propaganda dell’Anm che da mesi tuona di una politica che vuole metter sotto scacco la magistratura e non solo, spezza una lancia in favore di tutti quei comitati per il No che ovunque, scuole e tribunali compresi, tappezzano le bacheche di manifesti in cui si chiede il voto contrario in difesa – ullalà – della Costituzione. Del resto, quando non si hanno i contenuti, si evita il merito e si fa una grande accozzaglia. Monti si è cimentato anche in suggestive metafore geologiche. Il Sì potrebbe sembrare «un limitato smottamento» sostiene, «ma, come sappiamo bene in Italia, uno smottamento può trasformarsi in una grande frana». Nella insolita veste di ingegnere o geofisico, Monti invoca la necessità di una «protezione costituzionale» contro il presunto terremoto – di origine vulcanica o tettonica? Chi può dirlo – che la riforma Nordio provocherebbe sull’intero sistema.

Eppure, la matematica non è una opinione: se vince il Sì nei due Csm che si andranno a istituire, due terzi dei sorteggiati (la maggioranza, quindi) saranno presi tra le fila della magistratura; ancora, nell’Alta Corte – sempre estratti a sorte – a fronte di sei laici, di cui tre scelti dal Presidente della Repubblica, nove componenti saranno magistrati. Come può l’esecutivo – a fronte di numeri e, per di più, del sorteggio – controllare tali organi? Ma no, per Monti le proposte del governo sono accomunate dall’intento di depotenziare i «presìdi dello Stato di diritto», e la riforma della giustizia è solo la punta dell’iceberg. Sul finale, infatti, sfodera la spada, citando il premierato, la nuova legge elettorale, persino il «capriccio egocentrico e clientelare chiamato Board of Peace».

Così Monti abbandona il suo proverbiale aplomb bocconiano, mischiando le carte: per non si sa quale strano allineamento dei pianeti, quegli esempi dimostrerebbero che il governo Meloni non solo vuole rafforzare la maggioranza ma anche avvicinare la politica italiana al modello Trump e Orbán. Ma il quesito referendario a cui, il 22 e il 23 marzo, saremo chiamati rispondere, non era sulla giustizia? Et voilà, il menù Mari e Monti è servito.

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.