All’Ucraina serve Donald Trump. Ma altrettanto a Trump è utile l’Ucraina. Lo dice lui stesso: «Vorrei la pace prima delle elezioni di Midterm». Il presidente Usa torna a parlare di un conflitto che sta assumendo i tratti di un evento carsico. Perde l’onore della cronaca quando c’è da parlare di qualcosa di più fresco. Un conflitto stantio di quattro anni interessa poco. Almeno chi ne è distante. Tuttavia, tra martedì e mercoledì, la Russia ha fatto decollare uno sciami di circa mille droni verso le città nemiche. È un record, per il rapporto intensità-durata del raid, che porta a fare una riflessione sulle opportunità, operative e politiche che Putin sta cogliendo e che gli sono concesse dall’altro conflitto. Quello in Iran, su cui gli Usa concentrano tutta l’attenzione.

In realtà, Trump sembra non aver dimenticato lo scontro nel cuore d’Europa. Il suo cruccio è non poterlo sfoggiare come il nono trofeo tra i conflitti risolti. Non ha abbandonato l’ambizione di «vedere Putin e Zelensky sedersi e raggiungere un accordo», ha detto. Le speranze vanno però a sbattere con il realismo che egli stesso fa suo: «Sono due persone che si odiano profondamente». È remissivo Trump. «Scoprirete che l’odio non è un buon presupposto per concludere gli accordi». Andando oltre le dichiarazioni di facciata si osserva che, in effetti, più ci si avvicina alle elezioni di novembre, più due conflitti aperti potrebbero essere un problema per il Tycoon.

A differenza della guerra in Iran, quella russo-ucraina ha una storia alle spalle che non permette a Washington alcun annuncio roboante e unilaterale di cessazione delle ostilità. Mosca non è Teheran. Mentre la seconda smentisce Trump quando parla di negoziati, la prima fa “ammuina”. Confonde le acque dichiarazioni prolisse. «Accogliamo con favore gli sforzi degli Usa per raggiungere una soluzione», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dimitry Peskov. «Per quanto riguarda la questione se ci stiamo avvicinando o meno a una soluzione, beh, ogni ciclo di negoziati è probabilmente un passo avanti verso la ricerca di una soluzione definitiva. E per noi, prima di tutto, una formula che tenga conto dei nostri interessi». Non chiudiamo, ma nemmeno apriamo, dice il Cremlino. Qualora aprissimo, le nostre condizioni sarebbero l’unico e indiscutibile punto neanche da trattare, ma da accettare. A scatola chiusa. Trattative che, di fatto, sono degli imperativi. Quindi irricevibili per Kyiv. Viene da chiedersi se, in questo gioco al gatto e il topo, gestito con maestria da Putin, il ruolo del topo spetti a Zelensky oppure a Trump.

Il New York Times giorni fa scriveva che la guerra in Iran è stata accolta dal Cremlino come una manna dal cielo. Sia per gli introiti petroliferi, sia per il pantano in cui sembrano essersi bloccati gli Usa. Nelle prime due settimane di guerra, la Russia è tornata a esportare volumi di combustibili per circa 7,7 miliardi di dollari. È una boccata d’ossigeno. E come tale di breve durata. La crisi del Golfo durerà poco. Deve durare poco. Altrimenti mercati ed elettori si faranno sentire. Consapevole dei tempi stretti, Mosca aumenta la tensione sul terreno. Come da quattro anni a questa parte, la primavera è un momento di offensiva. Nell’eventualità che, davvero, ci sia un negoziato, Mosca vuole presentarsi con una posizione favorevole sul campo.

E così l’Ucraina si trova in un cul de sac. È esposta agli attacchi del nemico, che non si fa scrupolo di colpire anche il territorio europeo. Vedi i droni “accidentalmente” caduti in Estonia e Lituania. È declassata a dossier secondario per Washington. E adesso ci si mette pure l’Europa. La Commissaria Ue per l’allargamento, Marta Kos, ha rigettato l’idea che l’Ucraina possa entrare nell’Unione entro l’anno. Bruxelles non fa il voltafaccia, ma ammette di avere le mani legate. Come si può pensare che un processo di integrazione tanto complesso vada a buon fine in pochi mesi? Il veto di Ungheria e Slovacchia è più che prevedibile. Ma altri si aggiungerebbero. Senza poi calcolare l’irritazione di chi fa anticamera da anni. Vedi Albania e Montenegro. Che poi alla faccia della coerenza. Mentre Kos diceva no a Kyiv, il suo collega Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, stimava in 2mila i missili antibalistici necessari alla difesa dell’alleato orientale. Nell’attesa che a Kyiv arrivi qualcosa – forse ora è più urgente la fornitura di armi – sarà il nostro ministro degli esteri, Antonio Tajani, a incontrare Zelensky la prossima settimana.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).