Guai a buttare il bambino con l’acqua sporca. Fratelli d’Italia, al netto della forte leadership di Giorgia Meloni, ha molte caratteristiche dei partiti storici che abbiamo conosciuto: dopo una sconfitta si svolgeva quella che si chiamava un’autocritica seria e approfondita. Allo stato, stanno emergendo gli elementi più immediati e di maggiore emotività: le dimissioni di alcuni esponenti. La speranza è che l’analisi sia di maggiore spessore.

Il Riformista ha annunciato di mantenere la questione giustizia come uno dei nodi fondamentali sul quale continuare a condurre una battaglia politica di fondo: la giustizia giusta. Non per essere profeti di sventura, ma perché – stando anche a reazioni sguaiate e arroganti – c’è un nucleo della magistratura che interpreta questo risultato come una sua vittoria politica decisiva e la riaffermazione del potere dei Pm nell’esercizio della giurisdizione (i Gip trattati, come nel passato, come dei passacarte). Senza dimenticare l’Anm, soggetto politico che diventa la forza egemone e accentua la sua egemonia nei confronti di una parte del Pd e di Avs, mentre il M5S di Conte per mille ragioni diventa la sua autentica interfaccia.

Visto che tra le mistificazioni messe in campo dai sostenitori del No c’è stata anche quella di un’inesistente manipolazione della Costituzione, parafrasando una battuta celebre su “Torniamo allo Statuto”, è importante sottolineare l’esigenza di tornare a un aspetto fondamentale della Costituzione originaria: da un lato affermava l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, dall’altro lato equilibrava la situazione con l’articolo 68 a proposito dell’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari per evitare che contro di essi ci fosse un evidente fumus persecutionis da parte della magistratura. Come è noto, il ridimensionamento secco dell’articolo 68 ha provocato uno squilibrio che è alle origini di una delle cause dell’autentico colpo di Stato di tipo moderno, messo in atto nel 92-94 dalla combinazione micidiale tra il pool dei Pm di Mani Pulite e il pool dei quattro direttori di giornale che quotidianamente alle ore 19 stabilivano chi dei politici mettere nel mirino della sentenza anticipata il giorno successivo.

Forza Italia volta le spalle

Ciò premesso, se si vuol fare una vera analisi autocritica, va anche messa a fuoco una disamina impietosa sul livello di impegno dei vari partiti del centrodestra, al netto dell’impegno generoso dei vari comitati del Sì, parte dei quali espressione del mondo comunista e post-comunista, dell’area socialista e di quella liberal-radicale. Questi limiti vengono messi in evidenza dai dati elettorali. C’è stata un’evidente asimmetria nell’impegno della Lega, tra quello assai elevato in alcune Regioni del Nord e quello assai più ridotto nel resto del territorio nazionale. Ma la questione più significativa riguarda Forza Italia: tra l’impegno proclamato di richiamarsi in questa battaglia a Berlusconi (c’è stato anche un impegnato articolo di Marina sull’argomento) e la sconfitta del Sì in tutte le Regioni guidate da presidenti forzisti e il dato complessivo (sembra che circa un 20% dell’elettorato di Forza Italia non abbia votato Sì), emerge una questione assai seria che riguarda l’impegno del partito nel suo complesso su una questione ritenuta prioritaria dal suo vertice. Anche Fratelli d’Italia deve andare molto al di là di alcuni casi singoli. FdI è scesa davvero in campo solo quando lo ha fatto Giorgia Meloni con tre apparizioni assai impegnate, che però hanno inevitabilmente contribuito ad accentuare la politicizzazione del referendum già messa in atto dai partiti che sostenevano il No.

Tralasciando i limiti dei partiti sostenitori del Sì, c’è però anche un dato paradossale emerso già molto prima di questo referendum. È costituito dalla forza trainante del No che può, come avvenuto chiaramente in questa occasione, mettere in campo forze totalmente eterogenee che mai e poi mai sommerebbero i loro voti per una proposta positiva. In questo referendum, i voti del No sono andati dagli estremisti pro-Pal, di Askatasuna, degli islamici, dei centri sociali fino agli ultra moderati come Mastella, Casini e Franceschini. Che è stato l’inventore di questa operazione, e bisognerebbe fare qualche riflessione autocritica sugli effetti devastanti di questo capolavoro.

Per l’Italia è decisivo che insieme alla continuità nella battaglia per la giustizia giusta vengano messe a fuoco anche altre questioni cruciali, a partire dal salto di qualità sul terreno dell’europeismo (fine dell’unanimismo). Ad esempio è indispensabile una revisione del Patto di stabilità e l’adozione di una politica espansiva rivolta verso l’industria, i salari e la sanità. La credibilità della battaglia per la giustizia giusta va data sia nella continuità sia nella combinazione con una politica economica e sociale, che faccia i conti con i profondi squilibri e le diseguaglianze esistenti nella società italiana.