C’è un’Olanda che festeggia e una che si chiede come sarà il futuro. Le elezioni nei Paesi Bassi sono state un testa a testa che si è concluso soltanto ieri pomeriggio. Ancora in mattinata, il Pvv, il partito ultranazionalista guidato da Geert Wilders, non mollava la presa. Anzi, per un momento è stato in vantaggio, di appena 2.300 voti. Ma a spuntarla sono stati gli europeisti-rifomisti del D66, guidati da Rob Jetten, quando è arrivato il risultato di Armsterdam, dove solo il 6,9% degli abitanti ha votato per il Pvv.

Il D66 ottiene 26 seggi al parlamento dell’Aja. Dai 9 che erano nella precedente legislatura. Wilders e soci passano a 37 a 26 seggi. Terzi al traguardo arrivano i liberalconservatori del Vvd, il partito di Mark Rutte, che andranno a occupare 22 scranni alla Camera Bassa (2 in meno rispetto alle precedenti elezioni). La coalizione Sinistra Verde – Partito del Lavoro di Frans Timmermans scende da 25 a 20 seggi. Perdita non grave, ma sufficiente per spingere il padre del Green deal europeo a dimettersi. Crescono poi di 13 seggi, i cristiano-democratici della Cda, che così arrivano a 18 rappresentanti. Ma anche i partiti minori dell’estrema destra, Ja21 e Forum for Democracy, rispettivamente con 9 e 7 seggi (nel 2023 ne avevano 1 e 3). Chiudono i ranghi soggetti di varia natura. Dal partito agrario e di destra (Bbb) a quello dei pensionati (50Plus), passando per quello per i diritti degli animali (PvdD).

Rob Jetten viene così portato sugli scudi. La sua vittoria è simmetrica alla pesante sconfitta di Wilders. A giugno scorso, il numero uno dello scetticismo olandese aveva fatto saltare il governo Schoof, illuso di ottenere i pieni poteri. Ma gli olandesi non apprezzano le improvvisazioni. Il concetto di elezioni anticipate non ha premiato il Pvv. Passata l’euforia, il D66 avrà davanti a sé una maggioranza tutta da definire. Martedì inizieranno le consultazioni. Servono 76 seggi per andare al governo. Contro i 150 membri complessivi della Camera alta. Occorre creare una coalizione di almeno tre partiti. È un’operazione complessa in un’Olanda comunque divisa. I 15 partiti in corsa a queste elezioni sono sintomo di frammentazione politica. Il territorio presenta le città moderate, da una parte, e le campagne che, al contrario, tendono ad ascoltare la destra radicale. La stessa rivalità politica Jetten-Wilders è la proiezione di due stili di vita antagonisti.

Il primo, già ministro per il clima con il governo Rutte, è omosessuale, ma non fanatico Lgbtq+. Prossimo alle nozze con il giocatore di hockey argentino, Nicolas Keenan – curioso, anche la regina consorte, Maxìma, è di Buenos Aires – Jetten vanta un passato da nerd, poi sportivo, civil servant e infine parlamentare da otto anni. Wilders è il bullo di quartiere, che ha alimentato il pessimismo degli elettori afflitti dai problemi dell’immigrazione, della sicurezza e della crisi immobiliare. Quest’ultimo è stato il vero campo di battaglia della campagna elettorale. Il mercato immobiliare è schizzato alle stelle – con prezzi cresciuti dell’8-10% rispetto allo scorso anno – a causa delle speculazioni della domanda di lavoratori stranieri, che vanno a vivere tra Amsterdam e Rotterdam in quanto sedi di corporation internazionali che, a loro volta, hanno scelto l’Olanda per le sue agevolazioni fiscali. L’Olanda è la fotocopia in piccolo dei suoi vicini, Francia e Germania.

Consapevole di tutto questo, Jetten busserà per prima cosa alla porta del Vvd. Sa che è la sola che gli verrà subito aperta. Il resto delle alleanze non è detto che riesca. Certo è che nessuno vuole governare con Wilders. Questo gli dà per assurdo il gancio per essere il bullo, sì, ma che si tiene il pallone. Se il premier in pectore non riuscisse a creare una coalizione solida, si andrebbe di nuovo al voto. Le consultazioni dureranno mesi. C’è chi teme un buco nell’acqua e quindi le urne a fine 2026. Giusto quindi l’entusiasmo per Jetten. Ma è realistico dire che anche L’Aja è stata contagiata dal male italiano della governabilità a singhiozzo, delle maggioranze fluide e del voto anticipato sempre dietro l’angolo. È un problema per il Paese e per tutta l’Ue, dove la forza dei suoi membri non è data dalle dimensioni, ma dal peso. Politico, ma ancor più economico-finanziario. In assenza di certezze subentra l’inaffidabilità. E sappiamo come si comportano i mercati in questi casi.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).