Economia
Governo Meloni, bilancio in chiaroscuro: bene su conti, stabilità e occupazione, rimandato su produttività e riforme
In questi tre anni l’Italia non ha subìto scossoni, ma ci sono ancora delle nubi. Serve un cambio di passo su debito pubblico, giustizia e politica industriale
La stabilità è certamente un “plus”. L’Italia non era abituata alla durata dei propri governi, e nemmeno la comunità internazionale: tre anni ininterrotti di vita dell’esecutivo hanno contribuito a ridare un ruolo e una reputazione al Paese, anche negli scenari internazionali, piaccia o non piaccia alle opposizioni. Gli stessi buoni voti delle agenzie di rating, e il rating quotidiano dello spread, godono anche di questo elemento. Poi c’è da dire che il governo Meloni ha migliorato di molto la “posizione” dell’Italia in Europa. E non si tratta solo di godere nell’essere orbi in un mondo di ciechi (la Vecchia Europa sta registrando crisi profonde in Francia, così come in Germania): il successo conseguito dal ministro Giorgetti, con il rapporto deficit-Pil sotto il 3%, è una patente di credibilità sulla tenuta dei nostri conti pubblici, con i relativi vantaggi di rifinanziamento del debito.
Ecco, il debito pubblico è un problema, che è rimasto irrisolto in questi tre anni di governo Meloni, e continua a galoppare, solo apparentemente più leggero per la facilità con cui si trovano le migliori condizioni di mercato per sostenerlo. Ma resta un fardello pesante da ereditare per le generazioni future. Un peso destinato a crescere anche per quell’annunciato riarmo che coinvolge tutta l’Europa. E qui iniziano le “dolenti note”: tre anni di stabilità di governo sarebbero stati la condizione migliore per procedere a riforme di sistema. La stagione del Pnrr, oltre a offrire risorse che non torneranno più – e che hanno contribuito alla crescita del Pil, anche se in percentuali modestissime – aveva richiesto di mettere mano a riforme strutturali. Non pervenute. Nemmeno la madre di tutte le riforme, quella della giustizia, che è stata promossa nei due rami del Parlamento e che sfocerà in un referendum costituzionale, sembra aver fallito l’obiettivo primario, che non era quello di una rivincita ideologica e politica, ma quello di rassicurare i cittadini e le imprese.
Comunque vada la riforma partorita dalla maggioranza di centrodestra, non è difficile prevedere che non avrà alcuna conseguenza sulle inefficienze dell’amministrazione della giustizia. I cittadini non se ne accorgeranno. Tempi biblici, procedure farraginose, la sostanziale impunità dei magistrati di fronte a errori o trascuratezze, una sfiducia progressiva nella magistratura, vista spesso come elemento che vanifica gli sforzi delle forze dell’ordine. Un problema di ingiustizia percepita sul fronte penale e la conferma di una lentezza (e talvolta incompetenza) di fronte alla rapidità richiesta dalla giustizia civile, per i privati così come per le imprese. Un freno agli investimenti stranieri in Italia.
Politica industriale? Qui il voto per questi tre anni di governo Meloni è difficile che possa essere positivo. La gestione di alcune crisi – da Ilva a Ita – così come l’inconcludenza di alcuni percorsi di innovazione (Transizione 5.0 un fallimento conclamato, che ha indotto a ripristinare, in quest’ultima Legge di Bilancio, le procedure di Industria 4.0 per rilanciare i superammortamenti) devono dirci che il Mimit non ha fatto quello che il sistema industriale si poteva aspettare.
L’economia reale ha fatto segnare dati apparentemente contrastanti. Di certo l’ultimo triennio ha registrato un vistoso arretramento della disoccupazione, o almeno un significativo incremento dell’occupazione (la quantità di Neet è ancora troppo alta per essere soddisfatti del tutto). Un altro “plus”, certamente. Ma è lecito aspettarsi che a fronte di un aumento di manodopera ci sia un parallelo incremento della produzione, di quella industriale soprattutto. Non è stato così. Evidentemente i nuovi posti di lavoro sono caratterizzati per un basso valore aggiunto: turismo e servizi alla persona sono stati il volano di questa benedetta crescita di lavoro.
È mancata all’appello la produttività. Ma questo è un problema che onestamente non si può del tutto addossare al governo Meloni. La produttività italiana è da decenni fanalino di coda in Europa e nell’Ocse. Dovrebbe essere un problema delle parti sociali? Vero, ma quando c’è lo stallo – sindacati e datori di lavoro sembrano più attenti a contrattare i riposi dei lavoratori (tra permessi, Rol, ricorso alla 104) invece della loro attività – al governo è chiesto di fare supplenza. I salari bassi non si alzano per legge, ma devono crescere in forza della produttività e del lavoro: il governo deve far scattare scintille per innescare processi virtuosi, favorendo innovazione, investimenti, relazioni industriali capaci di creare ricchezza e non impegnarsi solo per creare nuove festività, come quella di San Francesco.
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