«C’è chi come Macron si riempie la bocca di Europa e prende strade che rischiano di danneggiarla e c’è chi, come Meloni, lavora per risolvere i problemi per il bene dell’Europa e dell’Occidente». Carlo Fidanza, capodelegazione di FdI a Bruxelles, non ha dubbi sul caso Groenlandia e crede che solo portando a Trump su un piatto d’argento soluzioni concrete (come fatto dalla premier italiana) si potranno ottenere più sicurezza e opportunità economiche.

Quali sono i rischi dello scontro Macron-Trump?

«Non ho condiviso le reazioni isteriche di alcuni leader europei, che peraltro per ragioni caratteriali non potevano che suscitare controreazioni ancora più dure da parte di Trump. In queste situazioni serve riportare al centro la politica, e la politica dice che ha ragione Trump a porre il problema della sicurezza dell’Artico e della strategicità della Groenlandia di fronte all’attivismo di Russia e Cina. Parliamo di sicurezza delle rotte, di materie prime critiche per le nostre filiere strategiche, di controllo satellitare dei traffici artici, persino della possibile installazione dello scudo americano Golden Dome. E la politica dice che la soluzione non passa da iniziative velleitarie e unilaterali, come l’invio di qualche decina di soldati per qualche ora su suolo groenlandese, ma al contrario dal riportare tutto nell’ambito della Nato. Per una soluzione rispettosa della sovranità danese e della sicurezza dell’Occidente. È quello che fin dal primo minuto ha detto Giorgia Meloni e che ha trovato conferma nell’ipotesi di accordo negoziata tra Trump e il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte».

Meloni ha più volte chiesto di evitare l’escalation: è questa la strada europea?

«Tutti sanno che l’Europa ha qualche strumento per rispondere alle posizioni americane, sono gli stessi strumenti che abbiamo usato la scorsa estate per scongiurare la guerra commerciale e chiudere l’accordo del 16 luglio sui dazi. Contromisure che possono far male agli americani ma farebbero alla fine più male agli europei. È per questo, e non per sudditanza, che bisogna lavorare per abbassare i toni».

C’è chi lavora politicamente a una divisione dell’asse euroatlantico?

«Sì, alcune presunte élite cosiddette europeiste a guida francese per un vecchio riflesso antiamericano e la sinistra per un riflesso ideologico anti-Trump. C’è chi come Macron si riempie la bocca di Europa e prende strade che rischiano di danneggiarla e c’è chi, come Meloni, lavora per risolvere i problemi per il bene dell’Europa e dell’Occidente».

Quale il ruolo-cuscinetto della Nato?

«C’è un tema di presenza militare in senso ampio in Artico, la possibilità per l’alleanza e quindi per gli Usa di aumentare le basi militari ma anche i rompighiaccio e i dispositivi navali in quella regione, compresa la possibilità di utilizzare il territorio della Groenlandia per le installazioni del Golden Dome quando sarà pronto. A ciò sarebbe opportuno aggiungere un accordo sull’accesso alle materie prime critiche di cui l’isola di ghiaccio abbonda e che sono il vero oggetto delle mire russe e cinesi: estrarle è molto costoso, ma da un accordo Usa-Europa in sede Nato può nascere qualcosa di molto vantaggioso per tutto l’Occidente e per la stessa Danimarca. Trump è definito da molti un deal maker: offrirgli soluzioni che da un lato tutelino la sicurezza e dall’altro aumentino le opportunità economiche è proprio quel cambio di passo che un’Europa spesso impaludata non è ancora riuscita a fare».

Qual è, in questo senso, il contributo italiano che potrà venire dal Piano Artico?

«L’Italia ci vuole essere in Artico. Sia perché spetta a una grande nazione farsi carico, quota parte, della sicurezza globale anche in quadranti apparentemente lontani, ma anche perché abbiamo know-how importanti in campo scientifico, estrattivo e militare, essendo l’unico Paese della Nato ad avere truppe alpine specializzate. Ora però la priorità è l’accordo politico, che l’Italia ha perorato e deve essere finalizzato per porre fine a settimane di inutili tensioni».

Francesco De Palo

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