Dagli Zar a Putin
Guerra cognitiva, la Russia e le campagna entiebraiche: il report dell’Istituto Germani in Senato
Nella mattinata di ieri, mentre a Palazzo Madama veniva votato il Ddl Antisemitismo, nella sala del Senato di Santa Maria in Aquiro, l’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici ha presentato un’analisi di straordinaria rilevanza. Il paper prende di mira per la prima volta il ruolo della Russia nella diffusione dell’antisemitismo come strumento di guerra ibrida e cognitiva contro l’Occidente. L’evento, curato dal direttore dell’Istituto Sergio Germani e dal ricercatore Massimiliano Di Pasquale, ha ruotato attorno a un documentato paper di 138 pagine che ricostruisce con precisione le attività di distorsione della verità e di manipolazione dell’opinione pubblica condotte dal Cremlino in chiave antiebraica.
Il paper presentato in Senato costituisce uno dei contributi più sistematici finora prodotti in Italia sul tema della guerra cognitiva e della disinformazione a sfondo antisemita. Il documento analizza in dettaglio le tecniche, i canali e le finalità con cui la Russia di Putin utilizza l’odio verso gli ebrei — e più in generale verso Israele e l’Occidente democratico — come leva di destabilizzazione geopolitica. Secondo la ricostruzione degli autori, la disinformazione russa non si limita a produrre false narrazioni episodiche, ma costruisce nel tempo un ecosistema narrativo coerente, capace di attecchire su fasce di popolazione vulnerabili e di amplificarsi attraverso i social media. Come viene rilevato nelle analisi presentate al Senato, «la disinformazione oggi si è evoluta prediligendo l’utilizzo di immagini che veicolano messaggi sintetici immediatamente assimilabili», sfruttando il rifiuto sempre più diffuso di «fare ragionamenti complessi e di approfondire l’informazione».
Uno degli elementi più dirompenti emersi nel corso dell’intervento di Sergio Germani riguarda il possibile coinvolgimento diretto della Russia negli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023 in Israele. Secondo fonti di intelligence ucraine citate da Germani, il Cremlino avrebbe avuto un ruolo di regia nella preparazione degli assalti di Hamas, operando attraverso la compagnia militare privata Wagner — già attiva in Siria — nell’addestramento di centinaia di miliziani. Stando a questa ricostruzione, i combattenti che hanno «guidato» gli assalti terroristici del 7 ottobre non avrebbero agito soltanto su indicazione iraniana, ma avrebbero beneficiato anche del sostegno logistico e addestrativo di Mosca.
Una tesi che, se confermata, ridisegna radicalmente il quadro delle responsabilità internazionali in uno dei pogrom più sanguinosi della storia. Non è un caso, d’altronde, che già nell’ottobre del 2023 l’Institute for Strategic Dialogue avesse evidenziato come Russia, Cina e Iran avessero immediatamente sfruttato la crisi per promuovere le proprie agende geopolitiche, «diffondendo affermazioni false e non verificate sugli eventi in Israele e a Gaza». Come emerge dalle analisi, «nell’ambito ibrido conta più la percezione che la certezza. L’obiettivo è quello di instillare dubbio e incertezza, cercando di produrre una percezione generale di instabilità».
Il contributo di Massimiliano Di Pasquale ha offerto una lettura politologica e strategica del fenomeno, collocando l’antisemitismo all’interno della più ampia architettura della guerra ibrido-cognitiva russa. Le sue parole hanno avuto il tono netto di chi lavora da anni su questi dossier: «L’antisemitismo è una componente della guerra ibrido-cognitiva russa. È lo strumento per colpire l’Occidente nella sua essenza, minando la convivenza civile e una visione liberale della società.» Una tesi che si inserisce perfettamente nel quadro delineato dalla Relazione al Parlamento del 2025 del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), secondo cui «la minaccia ibrida trova nella disinformazione uno dei più attuali e pervasivi veicoli di concretizzazione». La guerra cognitiva, dunque, non è un fenomeno marginale: è il teatro principale in cui si gioca oggi una parte decisiva del conflitto tra democrazie liberali e regimi autoritari.
Il meccanismo descritto da Di Pasquale è tanto semplice quanto efficace: si parte dalla critica alle politiche israeliane, si scivola nell’antisionismo sistematico e demonizzante, fino ad alimentare l’antisemitismo vero e proprio. Un capitolo centrale del paper riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale generativa come strumento di falsificazione storica. Il generale Angelosanto, Coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo, ha richiamato le conclusioni di un rapporto UNESCO del giugno 2024 — elaborato in collaborazione con il World Jewish Congress — che mette in guardia contro la capacità dell’IA di distorcere la documentazione storica della Shoah, alimentando l’antisemitismo. Il rapporto documenta casi concreti e inquietanti: ChatGPT «ha interamente inventato il concetto di campagne di Olocausto per annegamento, in cui i nazisti annegano gli ebrei in fiumi e laghi», mentre Bard di Google «ha generato citazioni false di testimoni per supportare narrazioni distorte dei massacri dell’Olocausto».
Non solo: un’app denominata Historical Films consentiva agli utenti di «chattare» con personaggi nazisti come Adolf Hitler, producendo dialoghi in cui figure storiche come Gilbert «affermavano falsamente che non erano intenzionalmente morti nell’Olocausto» e che avrebbero anzi «cercato di prevenire la violenza contro gli ebrei». Il paper dell’Istituto Gino Germani rappresenta in questo senso un contributo di grande valore: non solo un’analisi, ma uno strumento operativo per chi — nei governi, nelle istituzioni, nell’istruzione — è chiamato a costruire società resilienti alla disinformazione, capaci di riconoscere e respingere la manipolazione cognitiva prima che si traduca in odio, violenza e instabilità democratica.
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