“La tragedia di un popolo sotto occupazione torna a far notizia solo quando questo popolo può essere raccontato come un popolo di terroristi, lanciatori di razzi. Esistiamo come minaccia, non come ingiustizia. Gaza è sotto assedio da quindici anni, decine di rapporti delle Agenzie Onu e delle più importanti e autorevoli organizzazioni umanitarie internazionali, hanno dato conto, documentato, le condizioni disperate in cui vivono oltre due milioni di palestinesi della Striscia, la maggioranza dei quali è sotto i 18 anni. La Corte penale dell’Aja ha aperto un procedimento contro politici e militari israeliani per crimini di guerra commessi a Gaza. Al modo chiedo: chi è la vittima di questa storia?”

A parlare è Hanan Ashrawi. È stata il volto e l’immagine internazionale della delegazione palestinese che avviò i negoziati di Oslo-Washington. La prima donna ad essere nominata portavoce della Lega Araba. Più volte ministra dell’Autorità nazionale palestinese, parlamentare, paladina dei diritti umani nei Territori palestinesi, tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, ricordiamo il Mahatma Gandhi International Award for Peace and Reconciliation e Sydney Peace Prize.

Una pioggia di fuoco si è abbattuta sulla Striscia di Gaza. Così come i razzi sparati dalla Striscia continuano a colpire le città frontaliere d’Israele, raggiungendo anche Gerusalemme e Tel Aviv. Altri morti, altra distruzione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rivendica il diritto di difesa da parte d’Israele.
Cosa c’entra il diritto di difesa con le punizioni collettive che da quindici anni Israele infligge a due milioni di palestinesi assediati, isolati dal resto del mondo? Le punizioni collettive sono contrarie al diritto internazionale, a quello umanitario, alla stessa Convenzione di Ginevra sulla guerra. E cosa c’entra il diritto di difesa con la pulizia etnica in atto a Gerusalemme Est, con l’espulsione di decine di famiglie palestinesi dalle loro case a Sheikh Jarrah (un quartiere arabo a Gerusalemme Est, ndr)? E cosa c’entra il diritto di difesa con l’ampliamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, con le terre palestinesi confiscate, con le risorse idriche negate dalle forze occupanti?
L’asimmetria delle forze in campo è sotto gli occhi di tutti. E a testimoniarlo è anche il bilancio delle vittime. Lei sa bene, ne abbiamo discusso tante volte in questi anni, che io ho sempre ritenuto che esista una terza via tra rassegnazione e lotta armata: è la via della resistenza popolare non violenta, della disobbedienza civile. Ma quando alla gente si negano speranza e futuro, quando a prendere il sopravvento è la rabbia e la disperazione, allora tutto può accadere. E questo il signor Netanyahu lo sa bene.

Bombe, razzi, morti, feriti. La storia si ripete.
La storia non si ripete. Ciò che si reitera è l’occupazione israeliana, che nel corso degli anni si è fatta sempre più sistematica, asfissiante. Oltre trent’anni fa esplose una rivolta popolare contro l’occupazione, oggi dobbiamo fare i conti con qualcosa di più strutturato di un’occupazione: dobbiamo lottare contro un regime di apartheid instaurato nei Territori, contro la pulizia etnica portata avanti a Gerusalemme Est nei riguardi di centinaia di migliaia di palestinesi. Trentaquattro anni fa quella rivolta portò al centro dell’attenzione internazionale la causa palestinese, oggi, sbagliando, le priorità in Medio Oriente sembrano essere altre. Resta la rabbia, e la difficoltà a trasformare quella rabbia, diffusa, radicata, in un progetto politico e di lotta.

I ragazzi palestinesi che hanno dato vita alla rivolta di “Damascus Square” a Gerusalemme Est, sembrano non riconoscersi in nessuna fazione politica né in un leader carismatico.
Questo problema esiste e investe responsabilità nostre che non vanno celate. Hanno pesato e molto le divisioni tra le varie forze presenti nel campo palestinese, in particolare quelle tra Fatah e Hamas, divisioni che hanno indebolito la causa palestinese a livello internazionale, e alimentato il distacco tra i giovani e coloro che avrebbero dovuto guidarli. Di certo si doveva e si deve fare di più per rendere possibile l’emergere di una nuova classe dirigente, il che, dal mio punto di vista, significa soprattutto valorizzare le esperienze che sono nate all’interno della società civile palestinese, associazioni, gruppi, dove forte è la presenza delle donne, che rappresentano una ricchezza che non va dispersa. Vede, nella prima Intifada, c’è sempre stata la determinazione a contrastare l’occupazione israeliana e al tempo stesso a costruire lo Stato che non c’è: lo Stato di Palestina, rafforzando la nostra identità nazionale, trasmettendo alle nuove generazioni il senso di una storia e di una cultura che facevano di noi una Nazione e non solo un popolo. È quello spirito che siamo chiamati a ricreare. E questo comporta anche scelte personali. E’ tempo che una nuova generazione palestinese prenda in mano il suo futuro e i destini di un popolo. Io ho scelto di non candidarmi alle elezioni del Clp (il Consiglio legislativo palestinese, il Parlamento dei Territori, ndr) e sostenere le liste di giovani. Mi auguro che altri condividano questa scelta.

Intanto, però, le elezioni sono state rinviate e nel vuoto della politica a dettar legge sono le armi.
Lei parla di vuoto. Io userei un altro termine: resa. O se vuole complicità. Nell’agenda dei leader mondiali la questione palestinese era stata cancellata o relegata nelle varie ed eventuali di un qualche vertice. Non sono le idee a mancare. A mancare è la volontà politica di attuarle. Di attuare le risoluzioni Onu, la Road Map del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Ue, Onu, Russia, ndr). La volontà di far valere anche in Palestina il diritto e la legalità internazionali. Con i documenti messi a punto dagli Accordi di Oslo-Washington (1993, della delegazione palestinese che negoziò quegli Accordi, Hanan Ashrawi era la portavoce, ndr) ad oggi, si potrebbero riempire gli scaffali di una libreria, o scrivere un’enciclopedia. L’enciclopedia delle occasioni perdute.

Perdute anche per responsabilità delle fazioni palestinesi più radicali, come Hamas e la Jihad islamica.
Senta, l’Occidente si vanta di essere, nel suo insieme, una democrazia liberale. Ebbene, anche noi, in questo senso, vorremmo sentirci “Occidente”. Si metta nero su bianco un accordo di pace fondato sulla soluzione a due Stati e si sottoponga questo accordo a un referendum in Palestina, sotto egida delle Nazioni Unite. La stragrande maggioranza dei palestinesi, ne sono certa, voterebbe a favore. E anche Hamas ne dovrebbe prendere atto.

Anche Netanyahu in passato ha fatto riferimento ad un ipotetico Stato di Palestina…
Fumo negli occhi per nascondere agli occhi del mondo una politica di colonizzazione che ha reso impossibile attuare questa soluzione. Stato indipendente significa uno Stato compatto territorialmente, con piena sovranità su tutto il proprio territorio, sulle risorse idriche, con confini riconosciuti internazionalmente. Uno Stato del genere è configurato, anche nelle sue dimensioni territoriali, dalle risoluzioni Onu 242 e 338, quelle che indicano la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est come Territori palestinesi occupati. Quello che ha in mente Netanyahu non è uno “Stato”. È un bantustan camuffato da “Stato”. Nel portare avanti la sua politica colonizzatrice, Netanyahu ha avuto il totale avallo di Donald Trump. Mi auguro che il presidente Biden non continui su questa strada. Dice di essere favorevole alla soluzione a due Stati. Bene, ha gli strumenti per poter incidere. Non chiediamo un presidente con la kefiah ma neanche con la kippah.

Prima di sedersi a un tavolo c’è bisogno di far tacere le armi. C’è bisogno di una tregua.
Una tregua, certo, e poi? La tragedia della gente di Gaza è nella quotidianità, quando le armi tacciono ma la fame resta. E quello che cresce è la disperazione, è il sentirsi condannati a vivere in una prigione a cielo aperto. La situazione nella Striscia è sempre più tragica: il 38% della popolazione vive in povertà assoluta; il 54% soffre per insufficienza alimentare; il 39% dei giovani sono senza lavoro; oltre il 90% dell’acqua non è potabile. Tregua certo, ma come primo passo per un “nuovo inizio”. Per un vero negoziato di pace.

C’è chi invoca una forza d’interposizione, sotto egida Onu, a garanzia della sicurezza ai confini Sud, tra Israele e Gaza, modello Unifil 2 in Libano. Come la pensa in proposito?
Sono favorevole. D’altro canto, è da tempo che chiediamo, inutilmente, una forza internazionale a garanzia della sicurezza dei palestinesi, non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Ma Israele si è sempre rifiutato di prendere in considerazione questa possibilità. Quando lo ha fatto, come è accaduto in Libano, è perché c’è stata una forte pressione internazionale e perché una nuova occupazione del Libano avrebbe scatenato una guerra in Medio Oriente. E qui il cerchio si chiude…

In che senso…
Nel senso che, dopo la morte di Rabin, chi ha governato Israele, con rare eccezioni, ha trattato, tregue, rilascio di prigionieri, solo quando pressato militarmente. Ma così non si raggiungerà mai una pace nella giustizia come quella invocata da Papa Francesco. Mai.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.