L'operazione contenimento e le polemiche
Il blitz che diventa strage, l’orrore nella favela di Rio de Janeiro tra droni-bomba, “esecuzioni sommarie” e la fuga del capo dei narcotrafficanti
Operazione di sicurezza su larga scala nei quartieri popolari contro il traffico di droga. Il bilancio: oltre 100 morti e forti tensioni sociali. Ma i cartelli non vanno ignorati
In Brasile la parola “favela” evoca da decenni marginalità, narcotraffico e violenza. Ma quello che è accaduto a Rio la mattina del 28 ottobre segna un salto di qualità inquietante, avvicinandosi lo scenario urbano brasiliano a un vero teatro di guerra asimmetrica. L’Operação Contenção – operazione contenimento – lanciata dal governo dello Stato di Rio de Janeiro, ha visto impegnati oltre 2.500 agenti tra polizia militare, forze speciali e polizia federale nelle comunità del Complexo do Alemão e del Complexo da Penha, roccaforti del Comando Vermelho, il più potente cartello della droga carioca. Il bilancio è drammatico: moltissimi morti – almeno 64 nelle prime ore, poi divenuti oltre 130 secondo fonti istituzionali – e un clima da città sotto assedio.
Il Comando Vermelho e i droni-bomba
Il dato più impressionante è la conferma dell’utilizzo, da parte dei narcotrafficanti, di droni equipaggiati con ordigni esplosivi sganciati dall’alto contro le forze dell’ordine. Video circolati sui media brasiliani mostrano dispositivi che rilasciano piccole bombe artigianali tra le baracche della favela mentre le unità speciali avanzano. Si tratta di una tattica che richiama scenari bellici mediorientali e centroamericani: segnale di una crescente militarizzazione del crimine organizzato, capace di adottare logiche e tecnologie tipiche dei conflitti asimmetrici contemporanei. Armi automatiche, barricate, mine artigianali e droni offensivi mostrano che il Comando Vermelho non è più una gang: è una struttura paramilitare radicata e ben equipaggiata.
In fuga il capo del cartello
Il governatore dello Stato, Cláudio Castro, ha dichiarato senza eufemismi: “Rio è in guerra contro il narco–terrorismo”. Un’espressione che fotografa da un lato il livello di minaccia, dall’altro la linea politica scelta dal governo locale: trattare i cartelli criminali come formazioni sovversive e rispondere con mezzi eccezionali. Le forze dell’ordine descrivono un contesto operativo quasi impossibile: il territorio urbano in cui sono stati chiamati ad operare è ostile, fitto, verticale. I narcotrafficanti sono profondamente radicati nel tessuto sociale della favela, hanno il supporto, volontario o coatto, di gran parte della popolazione. L’uso di osservatori, vedette coordinate via radio, droni e trincee urbane rendono qualsiasi operazione di polizia un incubo. Il bilancio tra le forze di polizia, ancora provvisorio, è di 4 morti e decine di feriti. Il capo del cartello, Edgar Alves Andrade, è riuscito a fuggire protetto da oltre 70 guardie del corpo; sono stati effettuati 81 arresti. Una taglia di 100mila reales è stata emessa per la cattura del fuggitivo.
La denuncia: “Esecuzioni sommarie”
Accanto al sostegno di una larga parte dell’opinione pubblica – stremata dall’impunità criminale – si sono levate voci critiche da Ong e istituzioni internazionali. L’Alto Commissariato Onu per i diritti umani ha espresso “grave preoccupazione” per la scala delle uccisioni e ha chiesto trasparenza sull’identità delle vittime e sulle dinamiche operative. Le organizzazioni umanitarie chiedono di sapere quanti dei morti fossero effettivamente membri armati del cartello, se siano state rispettate le regole d’ingaggio e la proporzionalità dell’uso della forza e, infine, quale tutela sia stata garantita ai civili nelle zone d’operazione. Fonti locali parlano di presunte esecuzioni sommarie, ma al momento non esistono verifiche indipendenti complete. Le autorità, dal canto loro, respingono con decisione le accuse e sostengono che “la quasi totalità dei caduti fossero criminali armati”, lasciando intendere la possibilità di vittime collaterali.
Quello che emerge è un paradosso drammatico: lo Stato combatte un nemico che agisce, si muove e si arma come un esercito – senza divisa – ma deve farlo in un tessuto urbano abitato da civili. Nelle favelas la densità abitativa arriva ad essere il quadruplo di quella di Manhattan; pertanto, ogni operazione rischia di generare vittime innocenti e di alimentare nuove tensioni sociali. La domanda che molti osservatori sollevano è antica ma attualissima: esiste un’alternativa all’uso massiccio della forza? In Brasile non esiste una risposta condivisa. Quel che è certo è che ignorare il livello di armamento e la brutalità dei cartelli non è un’opzione.
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