Lo scaffale
Il difficile mestiere di vivere di Giovanni Pascoli. L’omaggio all’uomo di Osvaldo Guerrieri
«Io soffro il doppio, ché mi tocca nasconderlo, il mio soffrire». È una frase bellissima, nella sua tragicità. La scrisse Giovanni Pascoli, che qui sembra Leopardi, quando era ancora giovane. Figuriamoci dopo. Già, «nei suoi cinquantasei anni di vita Giovanni fu felice solo a sprazzi. L’infelicità nacque con lui e si nutrì di lutti». Così scrive Osvaldo Guerrieri in questo bel libro su Giovanni Pascoli, “Zvanì” (Gramma Feltrinelli), cogliendo il tratto saliente dell’esistenza di questo grande poeta di cui tutti conserviamo al più il ricordo scolastico di rime innocenti e sonorità agresti, ricordo magari dolciastro che non rende piena giustizia ad uno dei più grandi poeti della letteratura italiana.
Giovanni Pascoli, l’omaggio all’uomo
Questo di Guerrieri, autorevole critico teatrale della Stampa, è più un omaggio all’uomo che un saggio letterario. Giusto omaggio. Si è visto anche nell’elegante fiction di Rai Uno firmata da Giuseppe Piccioni – anche questa intitolata “Zvanì” – quanto la personalità e l’opera di Pascoli abbiano diritto ad una riscoperta. Una poesia, la sua, europea come poche altre nella nostra letteratura della prima parte del secolo scorso. E fu un’esistenza che fa pensare. Il poeta romagnolo crebbe come un uomo tormentato, mai soddisfatto di sé, eppure sempre circondato da affetti e anche dal successo: perché fu, in fin dei conti, un poeta popolare nonostante l’estrema raffinatezza dei suoi versi. Una poesia imbevuta di cultura classica (fu un grande latinista) e di una specie di “impressionismo” che molto acquistava dal suo amore per la terra di Romagna, della Garfagnana, di quell’Appennino collinare in cui visse gran parte della vita.
Giovanni Pascoli e l’omicidio del padre
Guerrieri balza di periodo in periodo, illuminando l’esistenza ansiosa del poeta, la sua solitudine, la tragicità del suo passato. A partire, come tutti sanno, dall’omicidio del padre, omicidio insoluto, che ne segnò l’infanzia e poi la vita intera. Pascoli sapeva chi fosse il mandante dell’omicidio del padre, un tal possidente “rivale”, a cui ad ogni 10 agosto, anniversario dell’assassinio, spediva un biglietto listato “P.R.”, cioè “per ricordare”. E Guerrieri racconta quella sorte di amore verso le sorelle, Maria soprattutto, che ha pochi eguali nell’esperienza comune, che ancora inquieta. Socialista fu, Pascoli, ammiratore di Andrea Costa: un socialismo al tempo stesso ribelle e umanitario, più anarchico che marxista, e molto “risorgimentale”: «Noi vogliamo l’umanamento dell’uomo – così Costa spiegava – donde si deduce che non è già l’emancipazione della classe operaia solamente quella per cui noi ci adoperiamo ma la emancipazione intera e completa del genere umano».
Con una parabola che ancora oggi stupisce, tanti anni dopo il poeta pronunciò il celebre discorso “L’Italia proletaria si è mossa”, nel quale sosteneva con toni elegiaci e iper-nazionalisti la guerra di Libia, vista come un approdo estremo dell’idealismo risorgimentale, e il Tricolore, la Patria, per lui erano tutt’uno con il Popolo. Commovente la parte finale del libro di Guerrieri. “Zvanì” si ammala, è grave, muore nell’aprile del 1912 a soli 56 anni. I funerali sono seguiti da migliaia di persone. Era il “suo” popolo.
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