La percezione è una sola: “Questa persona è disonesta”
Il garantismo è un optional, il caso Delmastro mostra la deriva del dibattito tivvù
Il Sottosegretario può suscitare antipatia, può mostrarsi sgradevole, può essere ritenuto inadeguato e essere criticato. Ma tutto questo non c’entra nulla perché ha il diritto di dover rendere conto di ciò che ha fatto, non di ciò che non ha fatto
C’è un dettaglio passato quasi inosservato nella puntata del 9 dicembre di Di Martedì su La7, ma che merita grande attenzione perché rivela una deriva preoccupante del nostro spazio pubblico. Durante un segmento dedicato alle “ombre” di alcuni personaggi politici, e arrivati al turno del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, sullo schermo compare un cartello riassuntivo: condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio, multa per guida in stato di ebbrezza (scritto con una sola B), e infine — a caratteri identici agli altri punti — “assolto per aggressione a clochard nel 2004”.
Fermiamoci un istante. Perché mai un fatto concluso con un’assoluzione piena dovrebbe essere presentato al pubblico come una macchia, come se fosse paragonabile alle altre due voci dell’elenco? Che senso ha elencare tra le “colpe” una vicenda che, per la giustizia, non costituisce alcun reato? E soprattutto: a chi giova distorcere in questo modo il concetto di responsabilità? La risposta, purtroppo, è semplice: giova alla narrazione, non alla verità. Inserire un fatto chiuso con un’assoluzione all’interno di un elenco di “malefatte” significa una sola cosa: non conta ciò che ha deciso un tribunale, conta ciò che vogliamo che il pubblico pensi. È un’operazione scorretta, intellettualmente disonesta, che nessuno dovrebbe tollerare, indipendentemente dal giudizio su Delmastro. Se una persona è assolta, è innocente. Punto. La separazione tra fatti e sospetti è alla base dello Stato di diritto. Dimenticarlo significa scivolare verso la barbarie mediatica. Eppure, in televisione, lo si fa con leggerezza. Perché? Perché funziona. Lo spettatore non opera distinguo tra categorie diverse di responsabilità: vede un elenco e si forma un’idea. L’idea preconfezionata che è stato indotto a formarsi.
La percezione è una sola: “Questa persona è disonesta”. È il contesto che crea l’effetto, non il contenuto, ed è un artificio costruito deliberatamente. E nel talk show contemporaneo, l’emozione vale più della verità. La cosa più grave è che programmi di questo tipo esercitano un potere simbolico enorme: diventano una sorta di tribunale parallelo, dove l’assoluzione giudiziaria non basta a riabilitare un nome. È un ribaltamento pericoloso: la TV non informa più su ciò che è successo, ma su ciò che vuole che tu creda sia accaduto. Ed è proprio sul piano politico che la deriva diventa ancora più evidente la sinistra — che storicamente difendeva la presunzione d’innocenza, che si indignava per i processi in piazza, che criticava le campagne mediatiche “orchestrate” dagli avversari — oggi partecipa attivamente agli stessi meccanismi. Non è solo incoerenza, è un cambiamento culturale. La battaglia non è più sulla giustizia, ma sulla narrazione. E la narrazione ha bisogno di bersagli, non di garantismo.
Delmastro può suscitare antipatia, può mostrarsi sgradevole, può essere ritenuto inadeguato al ruolo che ricopre; può — come qualsiasi politico — essere criticato. Ma tutto questo non c’entra nulla. Delmastro ha il diritto, come chiunque altro, di dover rendere conto di ciò che ha fatto, non di ciò che non ha fatto. Un garantismo che vale solo per gli amici non è garantismo: è faziosità. L’episodio del cartello su Delmastro è piccolo, sì, ma emblematico di un sistema mediatico sempre più distorto. Un sistema in cui le sentenze non bastano a stabilire la verità, se la TV ha deciso che la verità è un’altra.
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