Il commento
Il pacifismo da salotto non fermerà i tiranni e il fondamentalismo
Che anno sarà lo scopriremo vivendo, ma qualche auspicio è d’obbligo, soprattutto se le premesse sono quelle con cui si è concluso il 2025. Partendo da quello che è il livello del nostro dibattito pubblico su questioni che esulano dal chiacchiericcio politico e dalla tradizionale diatriba faziosa, e in cui occorre raggiungere un livello di maturità che ad oggi appare come una chimera. L’anno che ci siamo lasciati alle spalle è stato segnato da grandi trasformazioni e da una sempre maggiore presa di coscienza sulle nuove sfide globali che ci attendono e alle quali occorre dare una risposta concreta, nel segno appunto di maturità e consapevolezza. Per farlo, però, occorre uno sforzo collettivo che parta dal lasciar decadere alcune forme di buonismo a cui abbiamo tristemente assistito e che finiscono per dopare la realtà e allontanarci dalla strada che è necessario percorrere.
Siamo entrati in una stagione che abbiamo spesso definito come il ritorno della storia in reazione a chi ha tristemente pensato che essa si fosse fermata, e che dunque fossimo entrati nella post-storia; in fondo, è questa l’illusione con cui la nostra società si è cullata negli ultimi trent’anni. Illusione che è svanita a colpi di cannone, quelli russi sull’Ucraina, e d’un tratto la bolla nella quale vivevamo si è trasformata in un déjà vu, e si è scoperto che la storia non si era mai fermata e che quel mondo nel quale siamo nati e cresciuti stava lentamente svanendo sotto i nostri occhi, lasciando il posto a qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di cui avevamo solo sentito parlare proprio nei libri di storia. Un mondo fatto di “volontà di potenza”, in cui gli equilibri passati non contano più, perché cambiato lo spartito cambia anche la musica.
Il problema – questo è il punto focale – è che qualcuno pensa di poter ignorare quel che accade, ipotizzando di rimanere isolato in una sorta di “isola felice” fatta di pace e armonia. Pensano gli ingenui che basti parlare di “pace” e di “ripudio della guerra” perché tutto svanisca magicamente. Come se bastasse un monologo televisivo per fermare l’irrefrenabile moto della storia, come se i “tiranni” o i terroristi si facessero commuovere dai sermoni dei pacifisti nostrani così lontani dalla realtà. Coloro che parlano di “fiori nei cannoni” – e che ignorano la prima lezione per costruire la pace, nella forza di deterrenza di cui una nazione può disporre – vivono immersi in un’autoreferenzialità ideologica che oggi, oltre che nociva, è anche pericolosa.
Per questo, il primo e più importante auspicio per il 2026 è quello di non lasciarsi affascinare e abbindolare da chi vive in un mondo che non esiste più e che rischia di tramutarsi in quinta colonna dei nostri avversari. Ci sono minacce che devono essere contrastate e nemici dell’Occidente che ci considerano deboli perché non più disposti a lottare per ciò che abbiamo costruito in passato con sacrificio. Minacce come il fondamentalismo islamico che sfida i nostri costumi e i nostri diritti e che semina odio antisemita e anticristiano, o minacce al nostro modello di società libera e plurale che provengono da quei regimi che non hanno remore di mostrare le loro bellicose intenzioni. Ed è per questo che la prima domanda che dobbiamo rivolgere a noi stessi è anche la premessa per il futuro che ci attende: quanto siamo disposti a lottare per difendere ciò che siamo?
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