Sono un homo videns del festival di Sanremo, resistente sveglio-risvegliato. Lo sono. Non nego l’appartenenza al “video-uditorio”, la rivendico, ma come tutti i malati di “politique et politiciens”, scorgo segni dell’archè in voci, luci, corpi, eleganze, musiche. Spero di fuggire gli abbagli, di scampare il dubbio di Dürrenmatt:la gente dice sempre verità approssimative…forse perché gli uomini stessi sono soltanto qualcosa di approssimativo?” (La Morte della Pizia, Adelphi). Butto un po’ di roba sulle tavole nazional-popolari: scenari, paradigmi, simboli. La filtro con la ragione. “Ma poi ci sono le emozioni che ci cambiano”, canta Nicoletta. Vediamo.

Primo. La scoperta è definitiva: il fantasma non esiste, non c’è Tele-Meloni; è uno spettro che abita solo le teste dei “contras”. C’è invece Tele-Rossi, discreta – fin troppo, bisbigliano i pasdaran della destra – e callido matching, come sibilano sulla “rive gauche”: un’arca inclusiva in cui c’è posto per tutte le sentimentalità del Belpaese; per ogni suo refrain, nessuno escluso: per il suo immaginario, fondo unitario che non si fa scindere. La “no bella ciao” Pausini, bravissima ma puntata dalla gauche, è stata combinata con la votante “red” del ‘46 e con l’ode filmica al “domani” di Cortellesi: l’astuta celante il dopodomani della prima donna premier; l’omelia composta di padre Cecchettin è stata miscelata al micro-tiggì Cardinaletti, che ha armonizzato il “popolo iraniano libero da oppressione e sofferenze” con l’interrogazione smarcante sul “conflitto di cui non conosciamo l’esito”. Pastone perfetto di equilibrio e di equilibri. Chi può dire no? Sarà stata festa troppo morigerata, a parte i festini bilaterali protestati da Lamborghini, ma c’è il quid di antica scuola morotea: questo Sanremo ha reso “più vicina la lontananza” tra gli spalti vocianti del discorso pubblico.

Secondo. La simbolica del passaggio di testimone dall’appagato Conti al ragazzone De Martino, gradito ospite a cena di ogni famiglia italiana, è stata una trovata ulissica: i vertici Rai l’hanno fatto acclamare al referendum dell’Ariston il quale lascia negli occhi la successione, icona emotiva che funziona sempre. Per Stefano l’investitura- investimento è pluriennale, precisa l’AD nel post-festa. Infine: la tv nominale della destra non si fa beccare a destra, è piuttosto uno zibaldone in cui l’egemonia è finissima e si dà tempo: procede lenta, punta al bis. E così gli intellò non possono annotare lo speratissimo naufragare della tv di Stato. Giuliano il Grasso, bonario, si affida a Latouche, ma il vero Grasso, Aldo, il Maestro Solferino, lo rabbuffa e sentenzia: “Non è però tanto una «decrescita felice» (cit. Giuliano Ferrara) quella che si legge nei numeri: una media di 9.161.000 spettatori, 59% di share, per le prime tre serate (quella delle cover, 10,6 milioni di media, fa sempre un po’ storia a sé) è un risultato buono, seppure in chiaroscuro”. E se ti promuove un diavolo come lui.

Al netto della finale che acchiappa oltre 11 milioni telespettatori pari al 68.8% di share; è meno del 73,1% del 2025, certo: perché l’anno scorso non era sempre Tele-Rossi con Tele-Conti? E tornate ai due Grasso, sopra; rilassatevi ancora un po’, ne abbiamo bisogno: canzoni, poesia, “dress code “, suoni, bellezze, colori&fiori. In verità vi dico: è stato il sempreverde bouquet di successo. “Accussì. Sarrà pe sempe sì”? Per adesso, Sal, per adesso. Alla prossima.

Carmelo Briguglio

Autore