Aboubakar Soumahoro è deputato del gruppo misto e da anni lavora sul rapporto tra Europa e Africa, con un approccio che unisce analisi economica, conoscenza diretta del continente e interesse nazionale italiano.

Onorevole Soumahoro, perché oggi l’Italia dovrebbe guardare all’Africa non come a un problema, ma come a una priorità strategica?
«Perché i dati ci dicono che l’Africa è uno dei principali motori della crescita globale dei prossimi decenni. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’Africa subsahariana crescerà più della Cina già nel 2026. Questo significa che ciò che per anni è stato percepito come marginale o emergenziale è in realtà centrale nei futuri equilibri economici mondiali».

Lei insiste molto sulla necessità di cambiare la “lente” con cui l’Italia guarda al continente africano. Cosa non funziona oggi?
«Non funziona una visione schiacciata quasi esclusivamente sull’immigrazione e sull’emergenza. Se il continente africano viene raccontato solo attraverso conflitti, instabilità e drammi umanitari, nessun imprenditore investirà. Ma oggi l’Africa è anche capitale, imprese, hub regionali, mercati in espansione e una classe dirigente che chiede partenariati veri».

Il Piano Mattei va nella direzione giusta o rischia di restare un’operazione di principio?
«Il Piano Mattei ha un’impostazione corretta, ma non basta evocarlo. Prima del Piano Mattei c’è un’analisi che porto avanti da oltre dieci anni di lavoro sul campo. Servono accordi bilaterali concreti, strumenti di accompagnamento per le imprese e una strategia che metta al centro dati e interessi reciproci, non slogan».

Qual è oggi il quadro reale dell’interscambio tra Italia e Africa?
«Nel 2023 l’interscambio commerciale tra l’Italia e l’Africa ha raggiunto 57,6 miliardi di euro. Ma il dato va letto bene: circa 38 miliardi sono importazioni, soprattutto materie prime ed energia, mentre solo 19,6 miliardi sono export italiano. Questo squilibrio ci dice che non stiamo valorizzando abbastanza il potenziale del Made in Italy sul continente».

Il confronto con altri Paesi europei è impietoso?
«Se guardiamo alla Francia, sì. Gli scambi commerciali tra Francia e Africa hanno superato i 65 miliardi di euro nel 2024 e Parigi è oggi il quarto investitore straniero nel continente, con circa 51 miliardi di euro di investimenti. L’Italia ha tutte le condizioni per colmare questo divario, ma deve decidere di farlo davvero».

Lei cita spesso Costa d’Avorio, Senegal e Guinea come interlocutori strategici. Perché proprio questi Paesi?
«Perché sono Paesi dinamici, con tassi di crescita elevati, stabilità relativa e una forte domanda di infrastrutture, agroindustria e trasformazione delle risorse. La Costa d’Avorio, ad esempio, è un hub regionale con una popolazione giovanissima e una crescita intorno al 6–7% annuo. Il 40% della produzione mondiale di cacao viene dalla Costa d’Avorio. Sono economie che parlano direttamente al nostro tessuto produttivo».

Il tema delle risorse minerarie e delle terre rare è sempre più centrale. Che ruolo può giocare l’Italia?
«In Africa è in corso una corsa globale alle materie prime strategiche: terre rare, uranio, titanio, silicio. Russia e Cina sono molto aggressive. E c’è anche la Turchia che si fa avanti in molti Paesi. Ma oggi i governi africani chiedono qualcosa di diverso: non solo estrazione, ma trasformazione in loco. È qui che l’Italia può fare la differenza, offrendo competenze, tecnologia e filiere industriali».

Quanto vale, in termini economici, la trasformazione strutturale del continente africano?
«Secondo le stime internazionali, l’Africa avrà bisogno di circa 402,2 miliardi di dollari all’anno entro il 2030 per completare la sua trasformazione strutturale, nei settori dei trasporti, delle infrastrutture, dell’istruzione e dell’adattamento climatico. È un cantiere gigantesco che rappresenta un’opportunità straordinaria anche per le imprese italiane».

C’è un legame stretto, mi sembra di poter dire, tra sviluppo africano, migrazioni e sicurezza?
«Assolutamente sì. Dove crescono investimenti, lavoro e prospettive, diminuiscono le migrazioni forzate e arretra il fondamentalismo islamico. Investire in Africa non è beneficenza: è interesse nazionale italiano, economico, geopolitico e di sicurezza».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.