Questa settimana vogliamo occuparci di giustizia. È un tema nazionale, certo, ma che – nelle sue perversioni. Milano ha conosciuto e continua a conoscere fin troppo bene. Impossibile dimenticare la grottesca vicenda dei clamorosi arresti ottenuti dalla procura nella roboante inchiesta sulla rigenerazione urbana, smontati uno dopo l’altro dal Riesame.

Ma c’è anche un altro caso che va vanti da tempo, che riguarda un consigliere comunale e regionale, Manfredi Palmeri: è una di quelle vicende giudiziarie che iniziano come surreali e lo diventano sempre di più. È la storia (una delle tante) che paiono andare contro un elementare principio della giustizia: accertare, presto e in modo certo, la realtà dei fatti, la veridicità di un’ipotesi di accusa. E paiono invece avere come fine la ricerca a tuti i costi della colpa, più grave possibile e il prolungamento senza fine della gogna dell’indagine. Per amore del garantismo, per avversione totale e profonda verso quel tipo di giustizia, per ribrezzo che ci procura lo strumento del sospetto, usato per attentare alla dignità della persona, su questo numero di Ambrogio pubblichiamo integralmente la nota che Manfredi Palmeri ha scritto di suo pugno, dopo che perfino molta stampa aveva riportato i fatti in modo parziale, secondo un brutto costume di fare da ripetitore passivo delle procure.

E proprio nel momento in cui finalmente si cerca di mettere ordine nelle funzioni del potere giudiziario, riflettiamo su quanto di storicamente “milanese” c‘è nel pensiero che dovrebbe guidare chi indaga e chi giudica. E quanto sarebbe bello e opportuno che proprio da Milano si alzasse forte la voce di chi al cambiamento vuole dire Sì!

Ambrogio

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