Esteri
Iran, arrivano gli americani. Trump può riprendere la guerra da dove Israele la aveva interrotta
L’inverno degli ayatollah si preannuncia molto rigido in particolare per Khamenei, la guida suprema. Su di lui pesa la responsabilità di aver provocato la morte di almeno 12 mila manifestanti, barbaramente trucidati nelle vie e nelle strade dell’Iran durante la loro insurrezione per liberare il paese dall’oppressione della Repubblica islamica. L’ottantaseienne capo politico e spirituale iraniano sta provocando Trump da diversi giorni, definendolo un “tiranno”, minacciandolo e dicendo che “sarà rovesciato”. Questa minaccia potrebbe rivelarsi un altro suo errore di calcolo.
Anche il 1° gennaio 2020, Khamenei provocò Trump e due giorni dopo un drone del Pentagono ridusse a brandelli in Iraq Qasem Soleimani, il generale delle Forze Qods, il reparto d’élite dei guardiani della rivoluzione. In Israele la valutazione prevalente è che il presidente americano deciderà di colpire il regime di Teheran per dimostrare ai manifestanti che gli Stati Uniti non li hanno abbandonati. “Gli aiuti stanno arrivando!” Ha scritto il presidente Usa sul suo account Truth. “Make Iran Great Again!!! Patrioti iraniani, continuate a protestare, prendete il controllo delle vostre istituzioni. Salvate i nomi degli assassini e degli aggressori. Pagheranno un prezzo altissimo. Ho annullato tutti gli incontri con le autorità iraniane finché non cesseranno le uccisioni insensate dei manifestanti. Gli aiuti stanno arrivando”. Il messaggio trumpiano è chiaro.
Fonti di sicurezza israeliane suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero riprendere da dove Israele aveva interrotto la guerra dei 12 giorni del giugno 2025. Nell’ultimo giorno di quel conflitto, i jet israeliani si erano astenuti dal lanciare un attacco su larga scala contro Teheran. A differenza dei primi attacchi, l’operazione pianificata successivamente non era mirata al programma nucleare iraniano o ai sistemi missilistici balistici, ma piuttosto a quelli che venivano descritti come simboli della potenza iraniana. Mentre gli aerei percorrevano il lungo tragitto verso gli obiettivi, Trump ordinò a Israele di interrompere l’operazione e di riportare immediatamente gli aerei alle loro basi. Israele obbedì. L’ordine di cancellazione fu emesso a denti stretti, poco prima del previsto sgancio delle bombe. Dunque, quella “puntata”, molto probabilmente sta per riprendere da dove si era interrotta, questa volta però con aerei che sfoggiano stelle e strisce sulle ali.
Trump non vuole passare alla storia come il presidente Barack Obama, che non rispose agli appelli dei manifestanti durante il primo round di proteste in Iran del 2009, quelle del Movimento Verde. Israele è entrato in stato di massima allerta, in attesa di un imminente attacco americano contro l’Iran. Queste aspettative si sono riflesse in un insolito silenzio da parte della maggior parte dei portavoce israeliani – dai ministri del governo agli alti funzionari della sicurezza e persino ex alti funzionari – che hanno ricevuto istruzioni o cortesi richieste dall’ufficio del primo ministro di astenersi dal commentare la questione. Il governo israeliano rimane convinto che Trump riuscirà a superare l’opposizione interna americana che è contraria a un attacco che, secondo le previsioni israeliane, sarà guidata dal vicepresidente J. D. Vance.
La domanda non è se Trump attaccherà, ma quando e in quale misura lo farà. Le dichiarazioni di Trump di lunedì assomigliano molto quelle dello scorso 12 giugno quando affermò di preferire una soluzione diplomatica e non un attacco militare. Era quella chiaramente una tattica diversiva volta a mettere a tacere le sirene d’allarme a Teheran prima dell’attacco israeliano. Tra i professionisti e le agenzie di sicurezza israeliane vi è disaccordo sull’impatto che un attacco americano o congiunto americano-israeliano avrebbe sulle possibilità dei manifestanti di rovesciare il regime. La maggior parte degli esperti ritiene che un attacco del genere danneggerebbe la rivolta, radunando l’opinione pubblica attorno alla leadership. Ma c’è chi crede il contrario: un attacco riuscito contro il regime o le agenzie di sicurezza iraniane – in particolare il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) – darebbe nuova linfa al movimento degli insorti e dimostrerebbe agli iraniani di non essere soli.
Il costante aumento del numero di vittime, secondo fonti mediche e agenzie umanitarie sarebbe salito a 12 mila. Il ricorso a strumenti di repressione particolarmente violenti da parte del regime, con impiego anche di armi pesanti e di milizie mercenarie sciite straniere, avrebbe indotto il presidente statunitense a prendere in considerazione l’intervento armato mirato. Colpire i guardiani della rivoluzione in questa fase cambierebbe le carte in tavola. I proxy regionali regionali di Teheran stanno serrando i ranghi mentre la rivoluzione si diffonde in tutto il paese. Lunedì, un importante leader della milizia irachena Khataib Hezbollah, Abu Hussein al-Hamidawi, ha avvertito che le sue forze difenderanno l’Iran in caso di attacco da parte degli Stati Uniti. Analoghe dichiarazioni sono arrivate dai leader Houthi dello Yemen.
Gli Stati Uniti sono già nei cieli iraniani e ci possono rimanere finché vogliono. Avrebbero dunque la capacità di lanciare attacchi mirati e informatici su vasta scala; campagne di influenza su larga scala, operazioni che infliggerebbero danni devastanti ai simboli del regime o continui attacchi contro siti nucleari. Teheran non può permettersi di perdere nessuno di questi asset, La guida suprema lo sa e lo sanno anche i pasdaran. Molto probabilmente l’obiettivo sarà la leadership iraniana. Intanto un Security Alert pubblicato nelle ultime ore sul sito dell’ambasciata virtuale degli Stati Uniti a Teheran segnala un possibile rapido peggioramento della crisi in Iran e invita i cittadini statunitensi a lasciare immediatamente il Paese.
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