Il destino della Repubblica islamica non riguarda solo l’Iran. Il terremoto che sta scuotendo Teheran può avere ripercussioni anche all’esterno. E i suoi effetti iniziano già a essere percepibili. I vicini temono che il crollo del regime possa provocare ulteriore instabilità in tutta l’arena mediorientale. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, per molti anni rivale dell’Iran, ha proprio per questo preferito un atteggiamento di prudenza. Da una parte, Ankara sa che una Teheran indebolita aiuta l’ampliamento della sua sfera di influenza nella regione. Ed Erdoğan non può certo inimicarsi Donald Trump. Dall’altra parte, però, la Turchia sa anche cosa significa un eventuale crollo della Repubblica. Teme l’esplosione del Paese al proprio confine e l’attivazione delle sue minoranze, in particolare dei curdi. E ad Ankara sono anche preoccupati da un possibile rafforzamento di Israele, che resta un rivale strategico come confermato soprattutto dalla questione siriana e della Striscia di Gaza.

Lo Stato ebraico, d’altro canto, è il primo Paese della regione a essere interessato da ciò che sta avvenendo nella Repubblica islamica. Benjamin Netanyahu ha sempre considerato l’Iran il principale avversario e un problema da risolvere il prima possibile. Negli ultimi incontri con Donald Trump avevano parlato nuovamente della necessità di intervento per paralizzare il programma missilistico e nucleare. E ieri, dopo che l’Idf si sono messe in allerta, il premier ha riunito il gabinetto di sicurezza per studiare tutti i piani d’attacco. Una riunione arrivata poche ore dopo che lo stesso presidente degli Stati Uniti ha esortato i manifestanti iraniani a continuare le proteste e ha comunicato che gli “aiuti” sarebbero “arrivati presto”. Dal governo israeliano, la questione è considerata prioritaria. Le ambizioni balistiche e atomiche degli ayatollah sono il dossier più importante dell’agenda regionale del Paese insieme all’alleanza di milizia e governi alleati che per anni ha rappresentato la vera arma strategica iraniana. La guerra “dei sette fronti” per ora ha un bilancio nettamente favorevole a Israele. Ma dopo la guerra dei 12 giorni, Netanyahu sa anche che i missili iraniani possono bucare la difesa aerea dello Stato ebraico e mettere in pericolo la popolazione in un anno che lo vede anche tornare al voto.

La crisi e l’eventuale guerra o caduta del regime preoccupano poi i due principali alleati e partner dell’Iran: Cina e Russia. Due potenze che vedono nelle mosse di Trump un pericolo per le loro rispettive sfere di influenza eurasiatiche dopo il colpo assestato in America Latina. Ieri, il Segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, ha sentito l’omologo russo, Sergej Šojgu, per “rafforzare la cooperazione” tra Mosca e Teheran. I due Paesi hanno firmato un partenariato strategico e l’Iran ha fornito armi e droni alla Russia per tutta la guerra in Ucraina. Il mancato intervento in supporto di Teheran durante il conflitto con Usa e Israele ha però messo in chiaro che Vladimir Putin non può fornire troppo aiuto agli ayatollah. Nel frattempo, però, il Moscow Times ha parlato di un aumento di jet privati in volo da Teheran verso Mosca e di un possibile spostamento di una parte delle riserve auree iraniane nella Capitale russa. La Federazione non può permettersi un altro “schiaffo” strategico. Specialmente dopo la caduta di Bashar al-Assad e poi la cattura di Nicolás Maduro.

E lo stesso non può permettersi Pechino, che ieri ha risposto con rabbia alla decisione di Trump di imporre dazi al 25% a chiunque commercia con l’Iran.Abbiamo sempre pensato che non ci fossero vincitori in una guerra commerciale, e la Cina difenderà con determinazione i propri diritti e interessi legittimi”, ha detto il portavoce del ministro degli Esteri, Mao Ning. Ma per il leader cinese, Xi Jinping, la questione appare molto complessa. La Repubblica islamica è un partner strategico della Repubblica popolare. Il corridoio terrestre iraniano è fondamentale per le merci cinesi. Teheran è un tassello fondamentale del blocco Brics e della Shanghai Cooperation Organisation: i due sistemi che rappresentano i pilastri dell’agenda estera cinese. E per il mondo multipolare sognato da Pechino, l’attivismo Usa inizia a essere un pericoloso campanello d’allarme. Dalla fine di Maduro alle mire sulla Groenlandia fino alla questione-dazi, la Cina è da sempre nel mirino di Trump. E lo scenario di un Iran che si sposta sempre più verso Occidente preoccupa il Dragone, che in questi anni ha stretto un solido rapporto con la Repubblica islamica fatto di petrolio e gas in cambio di tecnologia e strumenti per aggirare le sanzioni.