Scendono in piazza i persiani. Rischiano la vita, a milioni. E l’Europa sta a guardare. Ancora una volta. L’odio per Israele – condiviso dal regime di Teheran, dai suoi proxy regionali e da una parte rumorosa dei pro-Pal di casa nostra – sembra più forte dell’amore per la libertà, la democrazia, i diritti. È una cecità selettiva, ideologica. E oggi pesa come una colpa.

Al quinto giorno di mobilitazione, proviamo a fare ordine. Quella che attraversa l’Iran dalla fine di dicembre non è una fiammata improvvisa o confusa. È una sollevazione consapevole e determinata. Da Teheran ad almeno diciassette province, uomini e donne sfidano apertamente la Repubblica islamica, spezzando una barriera della paura che sembrava invalicabile. Nei regimi autoritari l’economia è solo l’innesco. Il disagio materiale diventa rapidamente coscienza politica. Gli slogan non chiedono riforme cosmetiche: invocano la fine del sistema. «Morte al dittatore». Dirlo, in Iran, significa esporsi al carcere, alle percosse, talvolta ai proiettili. Il dato decisivo non è solo la diffusione geografica, ma la composizione delle proteste. Studenti, commercianti, lavoratori, camionisti. Le università tornano fucine di dissenso, i bazar chiudono e le piazze si riempiono: la paura sta cambiando campo.

La risposta del potere è quella di sempre. Gas lacrimogeni, idranti sotto zero, arresti di massa, munizioni vere nelle periferie. E la propaganda: complotti esterni, “media sionisti”, infiltrazioni. Fuori dall’Iran, però, Israele rompe l’ambiguità e sceglie di stare apertamente dalla parte del popolo iraniano. Un profilo in lingua persiana del Ministero degli Esteri pubblica una vignetta potente: il leone e il sole, simboli della bandiera pre-1979, con la zampa su una clessidra che schiaccia l’emblema della Repubblica islamica. La ministra israeliana della Scienza e della Tecnologia Gila Gamliel pubblica un video di sostegno e un’immagine – generata con intelligenza artificiale – di una folla che sventola la bandiera con il leone e il sole. «Sono al fianco del popolo iraniano».

Il contrasto con l’Europa è impietoso. Israele, accusato quotidianamente di ogni male, sostiene chi combatte una teocrazia repressiva. L’Europa dei diritti resta prigioniera di un riflesso ideologico che la porta a diffidare più di chi difende la libertà che di chi la calpesta. C’è poi un elemento politico nuovo: il riferimento sempre meno timido a un’alternativa. Il nome di Reza Pahlavi compare negli slogan, come simbolo di una possibile transizione. Che sia lui o no il futuro dell’Iran, il punto è un altro: i manifestanti non chiedono il vuoto, ma un domani diverso, nazionale e democratico insieme. L’ex parlamentare della Margherita, Gianni Vernetti, fotografa l’ipocrisia occidentale senza sconti: «Piazze vuote, porti vuoti, nessuna flotilla per salvare le ragazze e i giovani in Iran. Un regime islamico brutale ha eseguito 1922 condanne a morte solo nel 2025; massacra le ragazze che si levano il velo; reprime ogni minoranza; esporta terrorismo; i suoi droni uccidono civili in Ucraina. E nessuna indignazione organizzata». Sulla stessa linea Matteo Renzi: «Il regime iraniano sta massacrando i giovani che protestano, come fa da mezzo secolo. Nel 79 l’Europa e gli USA sbagliarono nel giudicare l’avvento di Khomeini. Il mondo non può stare ancora dalla parte sbagliata: che il 2026 sia l’anno della libertà per Teheran».

La domanda, brutale, arriva dal senatore Pd, Filippo Sensi: «Sull’Ucraina niente manifestazioni perché non ce ne frega niente degli ucraini che muoiono per la nostra libertà e democrazia. Sull’Iran come siamo messi? Ci interessa che studenti e donne si sollevino contro il regime? O è politicamente scorretto?». La risposta del leader di Azione Carlo Calenda è una diagnosi severa dell’Occidente: «Abbiamo cancellato l’epica e l’eroismo, e non sappiamo più riconoscerli negli ucraini, negli iraniani, nei georgiani. Abbiamo ereditato la libertà senza meritarla. Ma tutto questo va combattuto». La rivolta iraniana non è lontana. È uno specchio. Dice chi siamo, e da che parte stiamo. Anche quando fingiamo di non vedere.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.