Il ritorno in Israele dell’ultimo ostaggio, Ran Gvili, chiude un capitolo della guerra di Gaza: non ci sono più israeliani, né morti né vivi, in quella Striscia di terra trasformata dalle dirigenze palestinesi in una galleria di torture e di cadaveri rapiti.

Qualche mascalzone è riuscito a scrivere che il corpo di quell’ultimo sequestrato, ucciso mentre combatteva i macellai del 7 ottobre, è stato restituito da Hamas. L’ennesima, triviale menzogna a vilipendio della verità e della memoria di quel figlio di Israele, tornato in Israele perché Israele se l’è ripreso, non perché i sequestratori l’hanno restituito. Avevano detto che non potevano consegnare quell’ultimo corpo perché non sapevano dove fosse, disperso chissà dove in una zona bombardata. E invece sapevano perfettamente dove fosse, ma le spoglie di Ran Gvili continuavano a essere la moneta ricattatoria adoperata dal terrorismo palestinese per tenere in vigore la propria guerra. Una guerra che Hamas e le altre sigle terroristiche di Gaza hanno proseguito nonostante e anzi contro la tregua dei mesi scorsi: una guerra combattuta a suon di innumerevoli violazioni delle condizioni di tregua; innanzitutto quella – mai soddisfatta – che prevedeva restituzione di tutti gli ostaggi.

Con il ritorno di Ran Gvili in Israele, il calendario ha ripreso a muoversi dopo che per più di due anni s’era fermato a quel giorno, il Sabato Nero. Sofferenze immense sono state inflitte agli israeliani e agli stessi palestinesi solo perché questi erano governati da chi li induceva a considerare una vittoria il 7 ottobre, una conquista il rapimento di duecentocinquanta israeliani, un’occasione di festa la rassegna delle bare nere con dentro i corpi strangolati di un lattante e del fratello di quattro anni.

La storia della guerra di Gaza non ha ancora garantito l’insegnamento fondamentale: e cioè che essa è stata scritta da chi ha voluto offrire Gaza in sacrificio, ed è stata tradotta nel vernacolo pro-Hamas che chiamava “resistenza” la somma di atrocità di cui si rendeva responsabile quella schiatta di predoni. Non raramente con la compiacenza di una comunità internazionale occhiutissima sulle violazioni dei diritti umani nella Striscia, salvo che si trattasse dei diritti degli ostaggi israeliani e del diritto dell’infanzia palestinese di non essere ridotta a una brigata di soldati-bambini.

Una grave responsabilità incombe sui molti che – per insipienza o per pregiudizio – hanno fatto scrivere e tradurre in quel modo la guerra di Gaza. Avranno una responsabilità anche più grande – innanzitutto verso i palestinesi – se da qui in poi continueranno a garantire impunità a quelli che uccisero, rapirono e non restituirono Ran Gvili.