La laicità dello Stato non è altro che uno scudo retorico che parla di sacralizzazione dello Stato e dei suoi elementi. In Italia la Costituzione è intoccabile perché è stata resa un testo religioso. Chi orgogliosamente parla di laicità dello Stato, altro non fa che ribadire questo concetto: la secolarizzazione religiosa ha lasciato un vuoto a cui un processo di sacralizzazione degli apparati statali si è inserito.

Nel corso di queste settimane, il risultato sociale è stato evidente: i Padri costituenti citati con lo stesso timore reverenziale che si riserva ai profeti, gli articoli costituzionali inalterabili perché già perfetti, la magistratura e i magistrati caratterizzati da una personalizzazione senza eguali, un potere che indiscutibilmente deve rispondere solo a sé stesso, ai comuni mortali non deve importare come. Ebbene, è un atteggiamento inculcato così profondamente nella coscienza collettiva dei cittadini da consentire una più ampia interpretazione delle cose dello Stato. In questo senso, il fenomeno appare perfettamente leggibile attraverso le categorie di Max Weber: ogni ordinamento politico, per reggersi, ha bisogno di una forma di legittimazione. Se quella razionale-legale si indebolisce, tende a essere sostituita da forme simboliche, se non addirittura sacrali.

La Costituzione, da strumento normativo, si trasforma così in oggetto di venerazione. Non è più un testo che può essere discusso, interpretato, modificato secondo le procedure previste da sé stessa, ma diventa un totem intangibile. E chi la mette in discussione non è più un interlocutore, bensì un eretico. Ma è qui che si inserisce, con altrettanta chiarezza, la lezione di Vilfredo Pareto. Le élite non si limitano a esercitare il potere: costruiscono narrazioni che ne giustifichino la permanenza. E queste narrazioni, spesso, assumono la forma di “derivazioni”, cioè giustificazioni apparentemente razionali che coprono interessi e assetti di potere ben concreti. Il richiamo costante all’intangibilità della Costituzione, allora, non è altro che uno strumento di conservazione. Serve a stabilizzare equilibri esistenti, a rendere sospetta ogni proposta di riforma, a delegittimare chiunque provi a intervenire sull’assetto dei poteri.

Ogni ordinamento liberaldemocratico si fonda su un testo costituzionale: è il primo assioma che si apprende studiando diritto costituzionale. Ma ve n’è un secondo, altrettanto fondamentale e troppo spesso dimenticato: quel testo è, per sua natura, vivo. Deve restare aperto al confronto e alla revisione secondo le regole che esso stesso prevede. Diversamente, cessa di essere una norma e diventa un dogma. La sua trasformazione in oggetto sacro è l’esito coerente di un processo più profondo. La crescita della dimensione burocratica dello Stato ha progressivamente eroso i corpi intermedi che un tempo animavano la società e creavano connessioni reali tra individui e istituzioni. I partiti stessi, nati come strumenti di mediazione, si sono progressivamente integrati nell’apparato statale, perdendo la loro funzione originaria e contribuendo a costruire un legame sempre più distante, impersonale, quasi astratto tra cittadino e potere. In questo vuoto, la sacralizzazione dell’ordinamento diventa inevitabile: ciò che non è più vissuto, viene venerato.

Il risultato è un cortocircuito democratico. La Costituzione viene sottratta al conflitto politico e trasformata in parametro morale. E in questo contesto, anche la magistratura finisce per essere percepita non semplicemente come un potere dello Stato, ma come un ordine separato, dotato di una legittimazione che si sottrae al confronto critico. Non perché lo sia formalmente – la Costituzione ne garantisce l’indipendenza, non l’irresponsabilità – ma perché così viene costruita e difesa nel discorso pubblico.

Ma come uscire dalla caverna di questo inganno? Ogni qualvolta un governo tenta l’impresa di introdurre un cambiamento innovativo e modernizzatore, questo viene spesso assopito sul nascere o, come nel caso del referendum sulla magistratura, bollato come attentato alla Costituzione. A dare voce a questa narrazione sono gli alfieri della religione laica dello Stato, insieme ai suoi più stretti burocrati e fedeli. L’uomo può davvero vivere senza una dimensione del sacro, oppure ha bisogno, di volta in volta, di riadattare i propri miti e le proprie Chiese per difendersi dalla solitudine dell’individuo?

Vanessa Combattelli

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