La slavina
La democrazia non è una succursale delle procure, l’omaggio del governo Meloni alle toghe e le inchieste a orologeria
Il No al referendum ha innescato una reazione a catena devastante. Il primo segnale sbagliatissimo, dispiace dirlo, è venuto dalla politica che, invece di ergersi a garante suprema di principi-chiave dello Stato di diritto, ha dato l’impressione di inchinarsi al sentiment giustizialista salito dalle urne.
Daniela Santanchè, Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro, per ragioni e con motivazioni diverse, avrebbero potuto essere dimissionati per scelta, per “opportunità politica”, o per quello che si vuole. Un Presidente del Consiglio può farlo, ci mancherebbe. Ma perché tutti insieme e proprio il giorno dopo il voto referendario? Il messaggio è risultato chiaro, inequivoco: si è trattato di una sorta di omaggio a chi oggi si sente padrone assoluto del campo.
Dall’altra parte le rappresaglie dei vincitori non si sono fatte attendere. Puntuali come un orologio, si moltiplicano in questi giorni le dimostrazioni di forza. C’è stata la folle e incostituzionale richiesta di tre anni e mezzo di galera per Piero Sansonetti, colpevole di “continuare a scrivere” e fare domande scomode. Ieri un avviso di garanzia al nostro Aldo Torchiaro per un articolo su Scarpinato scritto nel 2022. E, sempre ieri, ci sono state le spettacolari perquisizioni, con tanto di Guardia di Finanza inviata al Ministero della Difesa, in Terna e in Rfi per un’inchiesta sugli appalti informatici. Tempismo perfetto. Segnali inequivocabili. Vere e proprie intimidazioni a freddo, servite sul piatto della pubblica opinione all’indomani della chiusura delle urne.
Bisogna mettere subito un argine a questa slavina, prima che spazzi via tutto. Un argine, intendiamoci bene, che non significa “salire in montagna” a fare la resistenza barricadera, o rinchiudersi nel fortino di uno scontro istituzionale cieco. Significa l’esatto opposto: avere la lucidità e la forza di restare in campo, pronti a discutere con tutti – magistratura compresa, se davvero ne ha l’intenzione – per ripristinare le regole base del funzionamento di una democrazia.
Se cediamo adesso all’onda d’urto del No, se abbassiamo la testa di fronte a queste ritorsioni a orologeria, nei fatti ammettiamo di essere già scivolati in una repubblica giudiziaria. E questo sarebbe un esito inaccettabile. Non lo vogliono i 13 milioni di cittadini che si sono battuti per il Sì chiedendo riforme vere, ma non lo vogliono nemmeno i 15 milioni che hanno sbarrato la casella del No. La democrazia non è una succursale delle procure. E dunque massima vigilanza e nervi saldi, senza cedere di un millimetro sui principi del garantismo e dello Stato di diritto.
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