Ambiente
La geopolitica dell’energia tra Stati Uniti e Cina. Il confronto con l’Europa è netto
La geopolitica dell’energia si sta progressivamente biforcando. Da un lato, gli Stati Uniti dell’Amministrazione Trump sembrano determinati a preservare un modello energetico fondato sui combustibili fossili, puntando a rafforzare la propria autonomia come potenza petrolifera. Dall’altro, la Cina accelera verso un assetto opposto: quello di una vera e propria elettro-potenza, in cui l’elettricità diventa il perno della crescita economica e della sicurezza energetica.
Un segnale concreto di questa traiettoria è rappresentato dagli investimenti nella rete elettrica. Nei prossimi cinque anni la State Grid Corporation of China prevede di aumentare del 40% la spesa per l’ammodernamento delle infrastrutture rispetto al quinquennio precedente, per un totale di circa 4.000 miliardi di yuan, pari a circa 490 miliardi di euro. La spinta nasce da due fattori convergenti. Il primo è la crescita della domanda di elettricità, trainata dalla rapida diffusione dei veicoli elettrici e dall’espansione dei data center. Il secondo riguarda l’offerta: tra il 2019 e il 2024, la quota di energia pulita nel mix elettrico cinese è salita dal 32% al 38%, con solare ed eolico che, insieme, sono passati dall’8,4% al 18%.
In parallelo, l’elettricità rappresenta ormai circa un terzo dei consumi finali di energia in Cina, una quota nettamente superiore a quella di Stati Uniti ed Europa. Il Paese si avvicina così a una fase in cui le rinnovabili non si limitano più ad affiancare il carbone, ma iniziano a sostituirlo. Questo rende indispensabili massicci investimenti nella rete per gestire l’intermittenza delle fonti pulite e garantire stabilità al sistema.
Il modello cinese ha implicazioni globali. Pechino guarda già alla sua esportazione, in particolare nei Paesi dell’Africa subsahariana, dove l’elettrificazione resta carente. Allo stesso tempo, la riduzione della crescita della domanda cinese di petrolio rappresenta un rischio strutturale per le economie esportatrici. Il confronto con l’Europa è netto: qui la rete resta uno dei principali colli di bottiglia della transizione, con un deficit di investimenti stimato in circa 250 miliardi di euro.
© Riproduzione riservata







