"Scegliamo la Danimarca"
La Groenlandia dice no a Trump. E la NATO trema
La Groenlandia rompe gli indugi e mette nero su bianco ciò che a Washington fingevano di non capire. «Se dovessimo scegliere tra Stati Uniti e Danimarca, sceglieremmo la Danimarca». Parole nette, pronunciate a Copenaghen dal premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, felpa blu e tono fermo, mentre scansa le domande sulle mire di Donald Trump sull’isola artica. Non è una provocazione. È una linea di confine.
Nielsen lo ripete: sicurezza e difesa della Groenlandia «appartengono alla NATO». E avverte che la deterrenza è l’unica lingua comprensibile in un momento di crisi geopolitica. Non a caso, mercoledì a Washington si terrà un vertice ad alta tensione: il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio incontreranno i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia per discutere dell’“interesse” americano sull’isola. Un interesse che a Nuuk definiscono, senza giri di parole, inaccettabile.
La premier danese Mette Frederiksen ha scelto il linguaggio della verità: un attacco armato degli Stati Uniti alla Groenlandia significherebbe la fine della NATO. Copenaghen, nel frattempo, ha fatto ciò che fanno gli alleati seri: ha investito. Quattro miliardi di euro stanziati nel 2025 per rafforzare la sicurezza artica. Non un gesto simbolico, ma un messaggio politico.
Eppure, mentre il gelo artico sale, emerge un dettaglio che racconta l’ambiguità dell’alleanza. Un funzionario del governo danese ha confermato che la Danimarca ha fornito supporto alle forze statunitensi nell’Atlantico orientale durante l’intercettazione di una petroliera che violava le sanzioni americane. L’operazione — durata settimane, iniziata nel Mar dei Caraibi e conclusa nell’Atlantico — rientrava nel blocco navale imposto dagli Stati Uniti nelle acque del Venezuela per fermare navi sanzionate. Il funzionario, parlando in anonimato, non ha fornito dettagli sul tipo di supporto. Ma il tempismo è politico: l’aiuto arriva mentre Washington rilancia la pressione per “prendere” la Groenlandia.
Il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen — ex premier — ha confermato l’incontro alla Casa Bianca con Vance e Rubio. A Copenaghen, in conferenza con Frederiksen, Nielsen è tornato sul punto: la Groenlandia non è in vendita. È parte del Regno di Danimarca e non vuole essere posseduta né governata dagli Stati Uniti. Frederiksen ha aggiunto che opporsi a pressioni inaccettabili da parte di un alleato stretto non è stato facile, e che il tratto più duro deve ancora arrivare.
Da Bruxelles, il segretario generale della NATO Mark Rutte ha scelto la prudenza istituzionale: non commenta le dispute interne all’Alleanza, dice, il suo compito è garantire la sicurezza dell’Alto Nord. Tradotto: la NATO guarda all’Artico come teatro strategico, ma evita lo scontro verbale mentre uno dei suoi membri flirta con l’idea di forzare la mano.
Intanto Trump insiste. A bordo dell’Air Force One ha ribadito che gli Stati Uniti «devono prendere la Groenlandia», altrimenti lo faranno Russia o Cina. Preferirebbe «fare un accordo», dice. «Ma in un modo o nell’altro, avremo la Groenlandia». Parole che, in Europa, suonano come un avvertimento. Non è più retorica elettorale: è dottrina di potenza. La Groenlandia conta 57 mila abitanti e ospita una base militare statunitense. Ma non è un vuoto sulla mappa. È una linea rossa. Se Washington la oltrepassa, non sarà solo un contenzioso bilaterale. Sarà il test definitivo sulla credibilità dell’Alleanza atlantica. E, come ha avvertito Frederiksen, potrebbe essere l’ultimo.
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