Le poesie di Michel Houellebecq sono piccoli tasselli sui quali egli costruisce i suoi romanzi o, se si vuole, sono conchiglie sbucate del suo mare letterario. Leggere questo gran volume dello scrittore francese – “Tutte le poesie” (traduzioni di Fabrizio Ascari, Alba Donati, Fausta Garavini, Anna Maria Lorusso), edito da La Nave di Teseo – significa penetrare nella mente di Houellebecq senza l’ansia che talvolta i suoi romanzi spargono: qui è poesia pura, netta, in un certo senso facile. Il testo francese a fronte aiuta ad apprezzare questo stile che finge di non essere tale: eccome, se è poesia.

Ma attenzione: il grande romanziere non cerca “la bella poesia“, diffida dell’eleganza, della metafora brillante, della musica del verso. Preferisce la frase piana, l’elenco, la ripetizione, la constatazione quasi burocratica. La poesia sembra spesso una prosa che si è spezzata accidentalmente in versi. Ma proprio questa povertà voluta produce un effetto singolare: il quotidiano, privato della retorica, diventa improvvisamente metafisico. E il lettore dei suoi romanzi più famosi – “Le particelle elementari”, “La carta e il territorio”, “Serotonina” fino all’ultimo “Annientare” – alla fine ci si ritrova. Perché si colgono bene, in questa produzione poetica ultradecennale, un po’ tutti gli elementi del messaggio houellebecqiano: l’angoscia della solitudine connessa all’inevitabilità dell’invecchiamento, innanzitutto.

Io sono solo nel mondo, ci dice lo scrittore francese, immerso in una modernità-mercato che accentua la sofferenza perché ne afferma l’inevitabilità. È un pessimismo che alla lontana fa pensare a Leopardi e a Baudelaire, obbligato punto di riferimento per l’autore di “Sottomissione”. Ma Baudelaire è comunque perennemente in lotta, mentre Houellebecq prende atto, l’autore dei “Fiori del male” faceva della poesia l’arma scarnificante di sé e del mondo, il secondo annota con poche parole in che guaio si trova l’uomo. In una frase in prosa (da “Restare vivi“) scrive: “Il mondo è una sofferenza dispiegata. Alla sua origine, c’è un nodo di sofferenza. Ogni esistenza è un’espansione e uno schiacciamento. Tutte le cose soffrono, finché esistono. Il nulla vibra di dolore, fino a giungere all’essere: in un abietto parossismo”.

Il dramma è che noi continuiamo a desiderare ciò che non c’è più – il sesso è metafora e sostanza vera di questa contraddizione – dentro un universo che ci rimane comunque sufficientemente ignoto. La notte, per esempio, la notte è un mistero malato. «A fine serata, essere assaliti dallo scoraggiamento, è un fenomeno inevitabile. Si verifica una specie di pianificazione dell’orrore. Alla fine non so; penso». Non ci sono speranze per l’uomo scaraventato nel mondo: «Come uno stagno che si richiude / una volta che la barca è stata inghiottita / la mia vita volge al termine / come un aneddoto appiattito», e tutto è come svanito nella bolla dell’ineluttabile.

La disperazione di Houellebecq non è disperazione, è constatazione: «No, questa vita non basta, non può contenere nemmeno un millesimo dei nostri sogni». Sono percezioni, i versi delle sue poesie, non c’è costruzione pensata ma immediatezza dello spunto, c’è emotività “notturna” laddove nei romanzi c’è architettura. Michel Houellebecq guarda il mondo desiderando qualcosa che non c’è, o non c’è più, e si staglia, pur nella sua ritirata: «Io sono il grande scapolo / sono l’ultimo dei viventi».