“Compattare l’elettorato del partito”
La nuova corrente del Pd, la sfida della crescita e il ruolo passivo della Cgil nella contrattazione dei salari
Che i riformisti del Pd tornino a discutere nell’incontro di oggi a Milano di crescita economica è una buona notizia. Lo è soprattutto se serve a rianimare un confronto nel Pd sulle politiche necessarie per affrontare i problemi di un’economia che fatica a superare lo zero virgola annuo. Il tasso di crescita dell’Italia negli ultimi anni è mantenuto di oltre un punto più elevato dagli investimenti nel Pnrr. Da trenta mesi è in calo la produzione industriale. L’ultimo round di rinnovo dei contratti nazionali ha lasciato i salari reali in Italia, unico Paese in Europa, dell’8% sotto il livello del 2021. Un calo dei salari dell’8% negli ultimi cinque anni richiederebbe alla Cgil, più che un inseguimento a perdifiato dei Cobas, un ripensamento delle attuali regole della contrattazione collettiva nazionale.
All’origine dei problemi in cui si dibatte l’economia italiana c’è un andamento della produttività molto più lento che nel resto d’Europa. La causa di fondo è la mancanza di riforme. La Legge di Bilancio in discussione alla Camera non va oltre un contenimento dei conti pubblici finalizzato all’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. Ma la prudenza nella gestione delle finanze pubbliche va coniugata con riforme strutturali che sostengano la crescita e l’innovazione. Questo è mancato.
Ritrovare una capacità di iniziativa e di proposta per irrobustire la competitività dell’economia italiana è il compito di un Partito democratico che intenda candidarsi a governare l’Italia. Proposte e iniziative rivolte al complesso delle forze produttive: il mondo imprenditoriale preoccupato dalla mancata crescita, dai consumi fermi, dalle conseguenze dei dazi trumpiani e il mondo del lavoro con i salari che hanno subìto un crollo negli ultimi cinque anni. Sarà in grado di affrontare tali problemi un Pd che sembra lasciarsi andare a un’opposizione inconcludente? Un’opposizione che si risolve nello sparare ogni giorno un obiettivo diverso senza pensare a una strategia nella quale collocare i grandi problemi del Paese?
In realtà si fa strada nel gruppo dirigente del Pd la convinzione che sia giunto il momento di “compattare l’elettorato del partito”, rinunciare all’ambizione di contendere al centrodestra elettorati e consensi, lasciar perdere l’idea, posta a base del Partito democratico, di insediarsi in uno spazio politico più largo del bacino di consenso originario. Si coltiva l’illusione che per riequilibrare il “ripiegamento a sinistra” del Pd sorga per incanto un centro politico a garantire il carattere di governo del centrosinistra. Insomma, la ricerca affannosa ed estemporanea di una componente centrista dà per scontato lo svilimento del profilo di governo del Pd, lasciando ad altri il compito di dare carattere espansivo alla coalizione. Ma se così fosse (il rischio che ciò accada è sotto gli occhi) il Pd non reggerebbe a lungo, perderebbe capacità di attrazione, lo investirebbe un processo di sgretolamento. In quel caso non ci sarebbe alcuna “costruzione centrista” in grado di porre riparo alle conseguenze dell’involuzione del Pd. Questa è la verità che i riformisti del Pd farebbero bene a tenere presente.
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