C’è un esercizio che richiede coraggio: riaprire le pagine delle direttive di Joseph Goebbels, attraversare il laboratorio velenoso della sua propaganda, riconoscere i meccanismi di un’ossessione che trasformò la menzogna in sistema di governo. Non è un viaggio nel passato: è un ritorno al nostro tempo. Perché la “post-verità” di cui tanto discutiamo oggi non è un’invenzione recente ma un sistema antico. Il libro di Giovanni Mari, giornalista e studioso del nazismo, “L’orchestra di Goebbels” (Lindau), è perciò molto attuale.

Scrive Mari: «Oggi la piaga della disinformazione colpisce con inaudita forza e consenso alcuni capisaldi della storia: sono messi in dubbio lo sterminio di massa, il crimine dei regimi totalitari, le pratiche di oppressione degli avversari politici e delle minoranze. Dilagano campagne giornalistiche d’odio in sostegno a politiche razziste, nazionaliste, oscurantiste e a sostegno di forti oligarchie monopoliste. Il fenomeno è ancora più vero nell’era della digitalizzazione dell’informazione, in cui il processo delle notizie si fa sempre più fluido e i politici subiscono un rapido processo di “divoramento” che li innalza e li deprime in brevissime stagioni di consenso».

Il totale rovesciamento della realtà era l’ossessione di Goebbels, come si vede dall’ampia documentazione che si trova in questo libro. La capacità del ministro della Propaganda del Terzo Reich di costruire una narrazione completamente falsa facendola sembrare vera ha molto di contemporaneo. Tanto che alcune falsità hanno scavato sino a noi. «Resistono nel nostro paese i radicati luoghi comuni che Goebbels strillò per anni attraverso i giornali tedeschi sotto il forzato controllo del nazismo: il 22,2% degli italiani pensa infatti che gli ebrei controllino i mezzi di informazione e il 26,4% è convinto che gli ebrei siano l’ago della bilancia della politica americana. È esattamente ciò che la propaganda di Goebbels ripeteva ogni giorno, incessantemente, per giustificare la guerra imperialista, le stragi e il genocidio ordinati da Adolf Hitler».

La propaganda nazista è morta con il suo regime. Ma il suo metodo, la sua grammatica, le sue tossine non hanno smesso di interrogare la nostra fragile democrazia. È questo, forse, il monito più urgente del libro di Mari: ricordarci che ogni verità ha bisogno di essere difesa.