Non è un arresto: la Procura di Palermo lo ha chiesto, il giudice deciderà dopo aver ascoltato l’indagato. Gaetano Armao, già vicepresidente della Regione, è accusato di corruzione con altri otto: secondo i pm, attorno alla Commissione tecnica per le autorizzazioni ambientali, da lui presieduta fino ad agosto, sarebbero girate mazzette per accompagnare progetti industriali ed energetici. Fatti gravissimi, se provati. Appunto: se provati.

L’interrogatorio preventivo, nato per far parlare l’indagato prima che perda la libertà, ha imposto di svelare l’indagine; e la Procura, per non disperdere le prove, ha perquisito case e studi a Palermo e a Roma. Entrare nello studio di un avvocato non è cosa da poco, perché vi riposano i segreti di chi gli si è affidato, e la legge lo circonda di garanzie severe, qui osservate con un magistrato presente e l’Ordine avvisato: vogliamo credere che un passo così delicato poggi su fatti altrettanto seri. Non che i protagonisti ispirino tenerezza. Della stagione politica di Armao si può pensare il peggio; per il Sì, almeno, si è battuto bene, e chi scrive se l’è trovato accanto. La moglie, Giusi Bartolozzi, già capo di gabinetto in via Arenula, ha fatto il contrario: chiamando i magistrati, a Telecolor, «un plotone di esecuzione», ha regalato al No più voti di qualunque comizio, prima di dover lasciare l’incarico. Avrebbe servito meglio la causa tacendo.

Eppure al liberale garantista viene subito il dubbio. L’inchiesta esplode proprio mentre si sussurra che lei sia attesa nelle liste di Forza Italia in Sicilia, e la pubblica piazza non tarderà a parlare di un conto presentato a chi fece la guerra alle toghe. Le mani di Maurizio de Lucia, magistrato serio che nella sua nota ha ricordato la presunzione di innocenza, non sono quelle di Gratteri, il tribuno del No che al Foglio promise, dopo il voto, di «tirare una rete»; ma il dubbio, una volta nato, chiede di essere sciolto in aula. Ad Armao auguriamo di difendersi nel merito, davanti a un giudice terzo; alla giustizia, di non farsi mai calendario elettorale. Voltaire, nello Zadig, lo disse chiaro: meglio rischiare di salvare un colpevole che condannare un innocente.

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