C’è un equivoco di fondo che accompagna da anni il dibattito europeo su agricoltura, commercio e sicurezza alimentare: l’idea che un numero sempre maggiore di regole significhi automaticamente più tutela per il cittadino. Non è sempre così. Anzi, in molti casi l’ipertrofia normativa dell’Unione europea produce l’effetto opposto: prezzi più alti, minore scelta, maggiore ideologizzazione delle decisioni e un progressivo scollamento dalla valutazione scientifica del rischio reale. Le regole europee in materia agricola e alimentare sono oggi le più stringenti al mondo. Ma non necessariamente le più scientifiche. Spesso sono il risultato di compromessi politici, pressioni mediatiche, propaganda e del principio di precauzione applicato in modo quasi dogmatico. Invece sarebbe auspicabile una rigorosa analisi costi-benefici che, anzi, manca quasi del tutto.

Il caso del glifosato è emblematico: demonizzato come se fosse una sostanza letale, mentre tutte le principali autorità scientifiche occidentali – dall’EFSA all’EPA statunitense, fino alle agenzie canadesi e australiane – concordano sul fatto che, alle dosi previste per l’uso agricolo, non presenti rischi significativi per la salute umana. Il risultato concreto della sua demonizzazione non è stato un’agricoltura più “pulita”, ma rese più basse, costi più alti e il ricorso a sostanze alternative spesso meno studiate, più impattanti o meno efficaci.

Lo stesso discorso vale per gli OGM, trattati in Europa come una minaccia esiziale, quando da trent’anni sono coltivati e consumati tranquillamente negli Stati Uniti, Canada, Argentina e Australia senza che emerga alcuna evidenza di danni sanitari specifici. Al contrario, i benefici sono molteplici e scientificamente ben documentati, sia in termini di sicurezza alimentare che di vantaggi produttivi. Non siamo davanti a un conflitto tra progresso e nostalgia del DDT – nessuno propone di tornare indietro di mezzo secolo – ma tra regolamentazione razionale o ideologica. E l’ideologia, in agricoltura come altrove, ha un costo. Un costo che non ricade su astratti “mercati”, ma sul prezzo finale pagato dal consumatore, soprattutto quello a reddito medio-basso.

È in questo contesto che va letto l’accordo Ue-Mercosur. Un accordo che, al netto delle proteste e delle paure, rappresenterebbe un vantaggio concreto per il cittadino europeo. Più concorrenza significa più scelta e prezzi più contenuti. E non perché improvvisamente arriverebbero sugli scaffali prodotti pericolosi, ma perché i Paesi del Mercosur non sono giungle normative prive di controlli: hanno sistemi di sicurezza alimentare solidi e standard sanitari comparabili ai nostri. Pensare che un pomodoro brasiliano o una bistecca argentina siano intrinsecamente più pericolosi di quelli europei è un atto di (mala)fede, non una conclusione scientifica.

Ma l’accordo Ue-Mercosur non è solo agricoltura. Porta con sé vantaggi industriali e strategici tutt’altro che marginali. Apre mercati enormi (300 milioni di persone) alle esportazioni europee di macchinari, veicoli, prodotti chimici, farmaceutici e servizi. Rafforza le catene del valore, riduce la dipendenza da singoli fornitori e consolida la presenza europea in un’area del mondo cruciale anche dal punto di vista geopolitico, in un momento in cui la competizione globale è sempre più aspra. Per non parlare dell’accesso alle materie prime strategiche necessarie all’industria energetica e della difesa. Bloccarlo per difendere rendite settoriali significa penalizzare l’intero sistema economico europeo.

Le rivendicazioni e le preoccupazioni degli agricoltori sono legittime, questo va detto. Nessuno nega che alcuni comparti subirebbero una pressione competitiva maggiore. Ma la risposta non può essere il veto permanente a ogni apertura commerciale. La soluzione sta, semmai, in politiche di transizione, compensazioni mirate, innovazione e aumento della produttività, non nel congelare due continenti per proteggere un segmento, per quanto importante. Anche perché i consumatori sono molti di più degli agricoltori, e in democrazia l’interesse generale non può essere sistematicamente sacrificato per quello di una minoranza, seppur organizzata e rumorosa. In questo senso, l’accordo Ue-Mercosur non è una minaccia: è un test di maturità. E, piaccia o no, s’ha da fare.