Tra il 2007 e il 2008 le procure antimafia di Reggio Calabria e Catanzaro intrapresero una serie di indagini sul possibile riciclaggio di capitali mafiosi riconducibili ai clan Morabito di Africo e Mancuso di Limbadi. In quel perimetro è finito anche chi non c’entra. Su uno di loro vogliamo fare luce. Perché il suo caso è stato tanto grave quanto eloquente di una certa modalità di indagine.

Il caso di Antonio Velardo

Un imprenditore che veniva da anni di impresa all’estero e che decise di riportare i suoi capital in Italia, scelta coraggiosa, e di andarli a investire per aprire una struttura turistica in Calabia. Scelta avventurosa, come poi ha capito. Anche perché vedeva la Calabria per la prima volta. Antonio Velardo, broker immobiliare internazionale, insieme al socio irlandese Henry Fitzsimons sono stati gli involontari protagonisti di una vicenda che dice molto sui guasti dell’antimafia spettacolare: il sospetto elevato a prova, il clamore anticipato alla verifica, la reputazione distrutta prima ancora dei fatti. Velardo non è un costruttore, non è certoun uomo di mafia, non è un trafficante. Fa il broker. Vende immobili, porta clienti stranieri, prova a inserire la Calabria nel mercato internazionale delle seconde case. Il progetto è il “Gioiello del Mare”. Ma nell’inchiesta il suo profilo non viene letto per quello che è. Viene piegato a ciò che serve dimostrare. È il vizio d’origine del teorema: se operi in un contesto inquinato, allora devi esserne parte.

Basta un conto in Svizzera

A marzo 2009 Velardo e Fitzsimons vengono intercettati mentre parlano dei possibili cambiamenti della normativa svizzera sul segreto bancario. Da lì emerge l’esistenza di conti in Svizzera, di quelli che gli imprenditori che lavorano su dieci mercati internazionali utilizzano come strumento di lavoro. Tanto basta. Quei conti diventano subito, nell’immaginazione accusatoria, il possibile crocevia dei soldi sporchi del villaggio turistico. Peccato che le rogatorie internazionali inviate dalla Calabria non portino risultati utili. Nessuna prova decisiva. Nessun riscontro. È qui che l’inchiesta di Gratteri mostra il suo difetto più tossico: trasforma il sospetto in colpa. Conti esteri, società internazionali, attività transnazionali: tutto diventa indice criminale. Non importa che per chi lavora tra più Paesi sia normale avere rapporti bancari fuori dall’Italia. Non importa che il mestiere di broker non coincida con quello di costruttore. Non importa che il contesto calabrese fosse opaco proprio per chi tentava di entrarvi da esterno. Nel teorema accusatorio, ogni distinzione salta.

La macchina accusatoria

Poi arriva il salto più grave: la costruzione giudiziaria. Velardo viene travolto da accuse pesanti mentre si trova all’estero. È il copione classico della giustizia muscolare: colpire prima, capire dopo. Il nome entra nel circuito dell’Interpol, delle rogatorie, della custodia cautelare. La macchina si muove. Ma quando i giudici leggono davvero le carte, il castello comincia a cedere. Nel 2016 arriva il passaggio decisivo. Il costruttore calabrese del Gioiello del Mare viene condannato. Velardo e Fitzsimons invece vengono assolti. Non per un cavillo. Non per una furbizia difensiva. Perché il teorema della rete a strascico è fallace. Qualcuno può essere colpevole? Dunque, per iniziare, incriminiamoli tutti. Si deve poter indagare sempre, ma sbagliare bersaglio no. Non con la stessa frequenza. Gratteri e la sua macchina accusatoria hanno fatto esattamente questo: hanno letto il contesto come prova, la contiguità come complicità, il profilo internazionale come indizio di riciclaggio. Hanno gonfiato il caso molto prima di riuscire a dimostrarlo. E quando il processo ha smontato tutto, il danno era già fatto. Il tratto più feroce di questa storia è proprio l’asimmetria. L’accusa arriva con le sirene, l’assoluzione in silenzio. Il marchio resta. La reputazione crolla. Gli affari saltano. Il nome di Velardo continua a circolare per molti anni su Google accanto a parole come mafia, inchiesta calabrese, Interpol, mandato d’arresto. È assolto nelle aule di giustizia ma rimane colpevole sulle pagine dei giornali.

L’insegnamento

Il caso Velardo racconta una patologia italiana: un’antimafia che troppo spesso sbaglia mira. Colpisce nel vuoto. Spendendo per le indagini prima e per i risarcimenti poi. per colpire male. Tra il 2007 delle prime indagini e il 2016 dell’assoluzione dei broker, resta una domanda inchiodata ai fatti: quanto clamore può permettersi una Procura quando poi l’aula le restituisce soltanto una smentita? Il referendum domenica e lunedì contribuirà, attraverso l’Alta Corte, anche a suggerire ai magistrati una maggiore attenzione, un controllo più rigoroso prima di calare la loro scure sulla vita e sulla libertà degli innocenti.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.